1.1 L’intuizione iniziale 5 Commenti
[Estratto dal capitolo 1 "Gli inizi"; pag 29; pag 30 intera; pag 31; pag 32 - 20 righe]
Negli ultimi quindici anni ho tenuto circa mille conferenze sull’ambiente e, ogni volta, mi sono sentito come un funambolo alla ricerca dell’equilibrio perfetto. Le persone desiderano sapere cosa sta succedendo al loro pianeta, ma nessuno vorrebbe mai deprimere il proprio pubblico, per quanto cupo e preoccupante sia il futuro previsto dalla scienza che studia i tassi di perdita ambientale. Tuttavia, essere ottimisti riguardo al futuro richiede delle basi convincenti per un’azione costruttiva: è impossibile descrivere le possibilità future senza prima definire accuratamente le problematiche attuali. Colmare tale divario ha sempre costituito per me una sfida e le platee, ignorando soavemente il mio turbamento intellettuale, mi hanno fornito un insolito punto di vista. Dopo ogni conferenza, una piccola folla mi circondava per parlare, porre domande e scambiare biglietti da visita.
Generalmente, queste persone si occupavano delle tematiche più dibattute ai nostri giorni: cambiamenti climatici, povertà, deforestazione, pace, risorse idriche, fame, conservazione, diritti umani. Provenivano dal mondo del non profit e delle organizzazioni non governative, noto anche come “società civile”: si erano presi cura di fiumi e golfi, avevano insegnato ai consumatori i principi dell’agricoltura sostenibile, installato pannelli solari sulle loro abitazioni, esercitato azioni di lobby sui legislatori nazionali per contrastare l’inquinamento, lottato contro politiche commerciali tagliate a misura d’impresa, lavorato per rendere verdi le principali metropoli e fornito un’istruzione ai bambini in materia di ambiente. Semplicemente, avevano dedicato le loro esistenze a cercare di salvaguardare la natura e a difendere diritti.
Malgrado fossimo negli anni Novanta e i mezzi d’informazione ignorassero queste persone, queste occasioni mi offrivano la possibilità di ascoltare le loro preoccupazioni. Incontravo studenti, nonne, adolescenti, membri di tribù, uomini d’affari, architetti, insegnanti, professori in pensione e genitori preoccupati. Dato che mi spostavo continuamente e che le organizzazioni rappresentate da queste persone erano radicate nelle loro comunità, in un anno iniziai a farmi un’idea della varietà di questi gruppi e del loro numero complessivo. I miei interlocutori avevano molto da dire. Erano informati, ricchi d’immaginazione e di vitalità; offrivano idee, spunti e intuizioni. In un certo senso, Moltitudine inarrestabile rappresenta la somma di ciò che mi hanno donato. I miei nuovi amici mi davano libri e articoli, infilavano piccoli regali nel mio zaino o avanzavano proposte per imprese verdi. Un nativo americano mi spiegò che la separazione fra ecologia e diritti umani è artificiale, che i movimenti ambientalisti e quelli per la giustizia sociale affrontano due aspetti dello stesso, grande dilemma. I danni inflitti alla Terra ricadono su tutte le persone e il modo in cui un uomo tratta un altro uomo si riflette sul nostro modo di trattare il pianeta. Mano a mano che le mie conferenze iniziavano a rispecchiare una maggiore consapevolezza, il numero e la varietà di persone che offrivano biglietti da visita crebbero. A ogni conferenza collezionavo dai cinque ai trenta biglietti da visita e, dopo una settimana o due di viaggi, tornavo a casa con qualche centinaio di biglietti ficcati in tutte le tasche. Li disponevo sul tavolo della mia cucina, leggevo i nomi, guardavo i loghi, esaminavo la missione e rimanevo meravigliato dalla diversità di azioni e scopi che questi gruppi perseguivano a favore di altri. Quindi, conservavo i biglietti in cassetti o sacchetti di carta, come ricordi di viaggio. Negli anni, avevo raccolto migliaia di questi biglietti e, ogni volta che li guardavo, mi sorgeva spontanea la stessa domanda: esiste qualcuno realmente in grado di valutare il numero enorme di gruppi e organizzazioni coinvolti in queste cause? Dapprima, si trattò di semplice curiosità, ma lentamente si trasformò nella sensazione che qualcosa di molto più grande stesse nascendo, un importante movimento sociale che stava eludendo i radar della cultura di massa.
Sempre più curioso, iniziai a contarli. Consultai i documenti governativi disponibili per i diversi paesi e, utilizzando i dati dei censimenti fiscali, valutai in circa 30.000 il numero delle organizzazioni ambientaliste sparse per il mondo; quando poi presi in considerazione anche quelle per la giustizia sociale e per i diritti delle popolazioni indigene il numero superò le 100.000. Successivamente, feci delle ricerche per capire se era mai esistito un movimento uguale a questo per dimensioni o finalità, ma non riuscii a trovarne uno, passato o presente che fosse. Più indagavo, più approfondivo e più il numero continuava a salire: trovavo elenchi, indici e piccoli database specifici per settori o aree geografiche. Avevo iniziato un percorso che mi avrebbe portato molto più lontano di quanto avessi immaginato. Realizzai subito che la mia valutazione iniziale di 100.000 organizzazioni era sottostimata di almeno dieci volte, e attualmente credo che esistano più di un milione, forse anche due, di organizzazioni che operano per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale.
In base alle definizioni convenzionali, questa immensa varietà di individui impegnati non costituisce un movimento. I movimenti hanno leader e ideologie. Le persone “aderiscono” ai movimenti, ne studiano i testi e si identificano con un gruppo. Leggono le biografie del fondatore e ascoltano i suoi discorsi, con registrazioni o dal vivo. In breve, i movimenti hanno dei seguaci. Tuttavia, questo movimento non corrisponde ai modelli tradizionali. È frammentato, non organizzato e orgogliosamente indipendente. Nessun manifesto o dottrina, nessuna autorità che eserciti un controllo. Prende forma in scuole, fattorie, giungle, villaggi, aziende, deserti, aree di pesca, slum, persino negli alberghi di lusso di New York. Uno dei tratti che lo caratterizza consiste nel suo essere un movimento umanitario globale che, timidamente, sta emergendo dal basso verso l’alto. Una moltitudine unita da una condizione che non ha precedenti: il pianeta ha una malattia, caratterizzata da pesante degrado ecologico e rapidi cambiamenti climatici, che mette a rischio la sua esistenza.
A mano a mano che calcolavo il numero delle organizzazioni, nella mia testa si affacciò il dubbio di essere testimone della crescita di qualcosa di organico, se non biologico. Piuttosto che un movimento nel senso tradizionale del termine, non potrebbe trattarsi di una risposta istintiva e collettiva alla minaccia? La sua natura frammentaria non potrebbe rispondere a esigenze connaturate ai suoi scopi? Quali sono i meccanismi alla base del suo funzionamento? Qual è la sua velocità di crescita? E la natura dei suoi collegamenti? Perché continua a essere ignorato? Ha una storia? Riuscirà a fronteggiare con successo quelle problematiche che i governi non sono stati in grado di risolvere: energia, occupazione, conservazione, povertà e riscaldamento globale? Diventerà centralizzato o continuerà a essere frammentario? Si sfalderà davanti a ideologie e fondamentalismi?
Ho cercato un nome per questo movimento, ma non ne esistono. Ho incontrato persone che volevano conferirgli un assetto o dargli un’organizzazione, un compito difficile, si tratta del movimento più complesso che l’umanità abbia mai costituito. Molte persone esterne lo considerano privo di forza, ma ciò non arresta la sua crescita. Quando lo descrivo a politici, accademici e uomini d’affari, mi rendo conto che molti credono ggià di conoscere il movimento, i suoi modi d’operare, la sua natura e le sue dimensioni approssimative. Basano le loro convinzioni sui rapporti dei mezzi d’informazione su Amnesty International, Sierra Club, Oxfam o altre rispettabili istituzioni. Possono essere direttamente informati in merito ad alcune organizzazioni più piccole e possono addirittura far parte del consiglio direttivo di qualche piccolo gruppo. Per loro, e per altri, il movimento è piccolo, noto e circoscritto, è un tipo nuovo di volontariato con una manciata di attivisti fuori controllo che occasionalmente gli procurano una cattiva fama. Anche le persone all’interno del movimento possono sottostimarne l’ampiezza, basando il loro giudizio solo sull’organizzazione a cui appartengono, anche se i network sono in grado di comprendere solo una parte del tutto. Dopo aver trascorso anni a studiare il fenomeno e aver creato insieme ad alcuni colleghi un database globale delle organizzazioni coinvolte, sono giunto alla seguente conclusione: si tratta del più grande movimento sociale in tutta la storia dell’umanità. Nessuno conosce il suo scopo e i meccanismi del suo funzionamento sono più misteriosi di quanto sembri. Quello che salta agli occhi è indiscutibile: aggregazioni coerenti, organiche, autorganizzate, che riuniscono decine di milioni di persone che operano per un cambiamento.
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June 8, 2009 - 1:11 AM











