Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza)

Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto

2.5 – Riconnettersi al Pianeta. Responsabilità collettiva ed individuale. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 54 (11 righe),  55 (16 righe), 56, 57, 58, 59]

[omissis]

Oggi ci troviamo davanti al dilemma di quale standard costituirà la prova più significativa di progresso. Sarà la semplice misura dell’accumulo di beni materiali, come il PIL, o saranno la salute del pianeta e dei suoi abitanti? Giustizia sociale e cura della Terra procedono in parallelo: un abuso in un campo comporta uno sfruttamento nell’altro. Gli schiavi, i servitori e poveri sono le foreste, il suolo e gli oceani della società; ognuno di essi rappresenta un plusvalore ripetutamente sfruttato da coloro che detengono il potere, governi o multinazionali che siano.

Il nostro destino dipende da come concepiremo e tratteremo ciò che rimane dei plusvalori del pianeta – le terre, gli oceani, la diversità delle specie e le persone.

[omissis]

In molte culture indigene non esiste una separazione fra movimento sociale e movimento ambientalista, perché ambiente e società non si sono mai separati. Ogni singola particella, ogni pensiero e ogni essere vivente, persino i nostri sogni, sono l’ambiente; ciò che facciamo al nostro prossimo si riflette sulla Terra, esattamente come ciò che facciamo alla Terra si riflette nelle nostre malattie e nella nostra insoddisfazione.

C.S. Lewis ha scritto:

Ciò che noi chiamiamo potere dell’uomo sulla natura si rivela essere potere dell’uomo sull’uomo per mezzo della natura”.

A causa di questa frattura fra esseri umani e natura, nel movimento giustizia sociale e ambientalismo si sono sviluppati separatamente, ognuno con la sua storia. Le culture indigene forniscono le basi per comprendere le due parti come una sola.


Diversamente dalle culture indigene, i cui mondi sono localizzati, intimi e familiari, noi viviamo nell’era dei giganti. In un solo giorno estraiamo dal suolo 85 milioni di barili di petrolio e li bruciamo. Nello stesso giorno, riversiamo nell’atmosfera i residui di oltre 12 miliardi di chili di carbone. Cento milioni di sfollati vagano sulla Terra senza una casa. Un’azienda, WalMart, dà lavoro a 1,8 milioni di persone. Nel 2006 i profitti di ExxonMobil sono ammontati a circa 40 miliardi di dollari, una cifra sufficiente a fornire acqua potabile al miliardo di persone che non ce l’ha. Abbiamo sterminato il 90% di tutti i grandi pesci degli oceani. La casa di Bill Gates ha una superficie di più di 6.000 metri quadrati e costa circa 100 milioni di dollari. Non sorprendentemente, in questo mondo così instabile e mal organizzato le persone non sanno di contare, di avere un valore.

Una civiltà globale sana non può essere costruita senza mattoni intagliati nei diritti e nel rispetto. Per gli esseri umani i significati sono costituiti da eventi, ricordi e piccoli atti di dignità: doni che raramente provengono dalle istituzioni e mai dalla teoria. A mano a mano che le più piccole componenti del mondo si saldano in una totalità globalizzata, l’unica cosa che non possiamo più permetterci è la grandiosità. Ciò significa smantellare bombe, grandi dighe, ideologie, contraddizioni, guerre e grandi errori.21

Nel mezzo di un ritrovo mondiale di siffatti giganti, persone normali e speciali stanno ricostruendo la nozione di essere umano. Si organizzano nel più grande movimento della storia del mondo, un movimento che vive solo tramite una persona per volta.

Come si diventa un ambientalista o un difensore dei diritti umani? Non esistono missionari. Non esistono inserzioni che offrano lezioni. Le persone coinvolte devono compiere da sole un lavoro di elaborazione e trovare colleghi che facciano loro da guida. I movimenti sono espressioni di un cambiamento di atteggiamento e il modo in cui un singolo arriva a comprendere la sua responsabilità verso una totalità più grande rappresenta un’esperienza unica. Tutte le organizzazioni per la giustizia sociale possono far risalire le loro origini a circa 220 anni fa, quando tre quarti del mondo era ridotto in una forma o l’altra di schiavitù. Nel 1787, una dozzina di persone iniziò a riunirsi in una piccola tipografia londinese per abolire il redditizio commercio degli schiavi. Venivano insultate e scacciate da uomini d’affari e politici. Si diceva che le loro idee folli avrebbero distrutto l’economia inglese, lo sviluppo e i posti di lavoro, sarebbero costate troppo e avrebbero abbassato gli standard di vita. Inoltre, i critici facevano notare che l’abolizione era promossa da un piccolo gruppo di provocatori ed estremisti che non avevano alcuna esperienza di commercio o affari.22 Alla fine, l’audacia di questa prima espressione di società civile fu ricompensata e, sessant’anni dopo, la schiavitù fu abolita per legge praticamente ovunque.

Oggi il mondo si trova davanti a un compito molto più difficile dell’abolizione della schiavitù: prevenire perdite irreversibili nella capacità del pianeta di supportare la vita. Le argomentazioni contro l’abolizione della schiavitù enunciate nel Palazzo del Parlamento alla fine del XVIII secolo sono identiche a quelle utilizzate oggi per spiegare perché la nostra economia non può passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, perché non è possibile offrire a tutti posti di lavoro con un salario minimo garantito o difendere i cieli, le foreste e le risorse idriche.23

Se vogliamo sopravvivere, ogni cittadino deve concorrere a raggiungere questo obiettivo, e ciò non sarà possibile se non interromperemo questa guerra mondiale ai poveri e se non avvieremo un percorso di ripresa che porti rispetto, dignità e autostima per tutti.

Nel bene e nel male, occupiamo oggi un pianeta umano, e guidiamo molte delle sue forze evolutive. Il clima non è solo un processo a cui siamo soggetti, ma anche una serie di dinamiche complesse di cui siamo diventati involontariamente e improvvisamente responsabili. Le azioni umane influiranno sul destino di tutti gli esseri viventi, perché non esiste un luogo sul pianeta da cui le nostre attività sono assenti. Anche se gli alti livelli di corruzione e violenza che ci colpiscono dai titoli dei quotidiani indicano altrimenti, possiamo essere grati del fatto che l’umanità sia in grado di imparare.

Il 15 febbraio 2003, in ottocento città di tutto il mondo, tra i 6 e i 10 milioni di persone scesero in piazza per protestare contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Fu la più grande dimostrazione pubblica organizzata della storia, con 2 milioni di manifestanti nella sola Roma.

Due giorni dopo, sul New York Times, Patrick Tyler scrisse che le dimostrazioni erano “un promemoria del fatto che sul pianeta esistono ancora due superpoteri: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale”. Fu una buona battuta e altri la colsero al volo, dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan a Jonathan Schell. È tuttavia possibile mettere a confronto in maniera appropriata le due entità? Sulla Terra c’è un solo superpotere, in base alle definizioni degli indici di potere militare e finanziario; paragonato ad esso, il movimento appare povero e disarmato, ma è guidato da una forza interiore, un’energia dal basso che si potrebbe definire come una risposta fisiologica della nazione. Probabilmente, chiunque legga questo libro è parte di tale forza, anche se indirettamente.

Vedere le cose invisibili che ci stanno davanti richiede un’evoluzione delle nostre concezioni di potere e cambiamento. Una ben nota battuta in campo biologico dice che una gallina è il mezzo di un uovo per fare un altro uovo. In egual modo, siamo stati noi a coltivare le piante per creare l’agricoltura o sono state le piante a utilizzare gli agricoltori per farsi coltivare? Da un punto di vista coevoluzionista, entrambe le affermazioni sono vere. Qual è la differenza fra uno scoiattolo che seppellisce le ghiande nella foresta e gli esseri umani che piantano patate in tutto il mondo? Chi è il padrone e chi il servitore? Chi fornisce alimentazione, le ghiande e le patate o chi le coltiva? L’evoluzione non è un progetto o una volontà; è piuttosto il risultato di tentativi effettuati in maniera costante da organismi che desiderano sopravvivere e migliorarsi.24 Il risultato complessivo è bellissimo, pieno di contraddizioni ed estremamente interessante, anche se molto caotico.

L’evoluzione si sviluppa dal basso verso l’alto e lo stesso fa la speranza. Quando un incendio distrugge una foresta, le specie e le piante che scompaiono ricompariranno con il trascorrere del tempo. I semi, che sono rimasti dormienti per decenni e che germinano solo se esposti a calore intenso, si risvegliano, tirano fuori le foglie e, in primavera, i boccioli. Queste piante possono essere dotate di fittoni profondi che estraggono i minerali o di foglie larghe che creano un tetto che protegge lo strato superficiale del terreno da sole e pioggia. Più antica è la foresta, maggiore è la sua resilienza, ovvero la sua capacità di rigenerarsi. L’umanità è più antica della più antica foresta. La sua capacità di adattamento e di resilienza è ampiamente sottostimata. L’evoluzione è ottimismo in azione.


Il destino dell’umanità è quello di essere costretta a migliorarsi. Questo libro cerca di capire se una parte significativa dell’umanità ha trovato una nuova serie di tratti adattivi e narrazioni più affascinanti dei fondamentalismi ideologici che hanno provocato così tanta sofferenza agli esseri umani. I racconti ripetuti troppe volte iniziano a perdere efficacia, esattamente come succede alle società, ma l’umanità può anche dare vita a storie nuove.

Come scrive William Kittredge:

“una società, in grado di darsi un nome, vive nelle sue storie, le arreda e le abita. Saliamo sulle storie come su zattere, o le dispieghiamo su un tavolo come mappe. Esse falliscono sempre, alla fine, e devono essere reinventate. Il mondo è troppo complesso per i nostri schemi, soprattutto se deve rientrarci per lungo tempo”.25

Quante nuove narrazioni e nuovi gruppi saranno necessari prima che il mondo riconosca la sua capacità evolutiva e non solo la sua bassezza?

Le storie sono più grandi di noi, e la loro vastità ci regala una certa flessibilità per sognare. È per questo che gli occhi dei bambini si illuminano e guardano lontano quando leggiamo loro i racconti di elfi, re ed Ent. Le nostre famiglie e comunità creano un legame fra noi e le narrazioni vecchie e nuove, guidandoci a “imparare nella luce”.

Questo movimento costituisce una nuova forma di comunità e di storia.

In quale punto della nostra storia futura l’esistenza di organizzazioni guidate da 2, 3 o 5 milioni di cittadini ci renderà consapevoli della possibilità di aver cambiato significativamente le modalità con cui gli esseri uma
ni si organizzano e si governano?

Quali sono le caratteristiche necessarie per la leadership, quando il potere si origina dal basso invece di scendere dall’alto?

Che aspetto ha una democrazia in cui il potere non è detenuto da un minoranza?

Cosa cerca un mondo in cui le soluzioni ai nostri problemi arrivano dal basso?

Cosa accadrà se entriamo in una fase di transizione dello sviluppo umano, in cui ciò che funziona risulta invisibile, perché molti sguardi sono rivolti al passato? Cosa accadrà se alcuni valori fondamentali vengono nuovamente diffusi in tutto il mondo e incoraggiano complesse e significative reti sociali che rappresentano i governi futuri?

Queste sono solo alcune delle domande poste collettivamente da un movimento che deve ancora riconoscersi come tale.

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June 10, 2009 - 8:45 PM Nessun Commento

2.4 – Condivisione delle informazioni. Rilocalizzazione. Diritto alle decisioni. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 53 (21 righe), pag 54 (16 righe)]

Anche se molti progressisti guardano alle idee di Friedrich Hayek, eminenza grigia dell’economia di libero mercato, come a un’eresia, l’economista vincitore del premio Nobel è stato uno dei primi a riconoscere la natura frammentaria della cultura e l’efficacia della localizzazione e della condivisione delle conoscenze personali. Dato che il sapere di una persona può costituire solo un frammento della totalità dello scibile, la saggezza può essere raggiunta solo quando le persone mettono in comune ciò che hanno appreso. Hayek riconobbe che le istituzioni sociali per sopravvivere dovevano evolversi (ora diremmo “coevolversi”) per affrontare i problemi che avevano davanti, piuttosto che riflettere sulle teorie che avevano in mente. Durante la Seconda guerra mondiale, alcuni operavano una distinzione morale fra nazisti tedeschi e comunisti russi, ma Hayek guardava a entrambi come esempi identici di regimi totalitari. Il suo timore del totalitarismo è applicabile alle grandi istituzioni multinazionali odierne – multinazionali, WTO, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI), per nominarne solo alcuni –, in quanto esse pongono sviluppo economico ed esigenze umane sullo stesso piano. informazione a opera delle aziende che recitano il mantra del libero mercato Anche se Hayek non aveva pronosticato un regime totalitario supportato dalle imprese e alimentato dal fanatismo religioso o il controllo dei mezzi di, aveva previsto un rimedio per la manifestazione basilare dell’impulso totalitaristico: garantire l’unione fra informazione e diritto di prendere decisioni. Per ottenere ciò, è possibile sia spostare le informazioni ai responsabili delle decisioni, sia spostare le decisioni, rendendo l’informazione un diritto. Il movimento lotta per realizzare entrambe le modalità.18


Le problematiche della Terra riguardano ogni essere umano; insieme, la moderna tecnologia e il movimento possono distribuire gli strumenti per risolvere tali questioni.19 La storia del mondo parla in maniera diversa a persone diverse. Data la sterminata quantità di documenti, eventi e ricordi, un singolo individuo non è in grado di conoscere tutta la storia mondiale, nemmeno se potesse vivere molte vite. Al contrario, noi rimaniamo confinati all’interno di schemi elaborati dagli storici per modellare il passato e creare narrazioni coerenti.

Questi occhiali potrebbero dominare anche i nostri tentativi futuri di comprendere il passato: giustizia sociale e rapporto fra umanità e ambiente.20 Entrambi i temi comprendono il concetto di sfruttamento ed entrambi esprimono la storia di esseri umani che tentano di liberarsi dagli abusi.

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June 10, 2009 - 12:52 AM Nessun Commento

2.2 – Diritti umani, sovrapopolazione ed ambiente. Merci e persone. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 43 (3 righe), 44, 45, 46 (7 righe)]

Insieme alle gravi violazioni dei diritti dell’uomo, infinite altre umiliazioni affliggono miliardi di persone: carenze d’acqua causate dagli usi agricoli, furto di risorse locali da parte di governi e multinazionali, incursioni di società minerarie che inquinano, corruzione e golpe, mancanza di assistenza sanitaria e accesso all’istruzione, grandi dighe che hanno costretto milioni di poveri a emigrare, perdita di terreni, politiche commerciali che mandano in bancarotta i piccoli agricoltori e tanto altro ancora. Le persone desiderano ovunque le stesse cose: sicurezza, la possibilità di sostenere le loro famiglie, accesso all’istruzione, un’alimentazione nutriente e a costi contenuti, acqua potabile, misure sanitarie e accesso all’assistenza sanitaria. In più di 190 nazioni al mondo, questi non sono diritti legali, ma diritti naturali.

Il movimento per la giustizia e la sostenibilità ambientale è nato quando le condizioni globali hanno iniziato a cambiare drammaticamente, diventando sempre più dure. Siamo la prima generazione sulla Terra che, nel corso della sua vita, ha assistito a un raddoppio della popolazione. I bambini nati nelle trenta ore successive alla lettura di questa frase prenderanno il posto delle 250.000 persone morte nel tragico tsunami del 26 dicembre 2004. Entro 50 anni, all’attuale popolazione mondiale di 6,6 miliardi si aggiungeranno circa 3 miliardi di persone, mentre il mondo non ha ancora capito come fare per prendersi cura di quelle già in vita. Entro la metà di questo secolo, le risorse disponibili pro capite si dimezzeranno, a dir poco. Dal XVIII secolo ad oggi, sono stati ideati molti procedimenti e metodi che consentono di risparmiare forza lavoro e, anche se la produttività umana è aumentata enormemente, centinaia di milioni di potenziali lavoratori e contribuenti della società si sentono sorpassati e inutili. Ogni settimana 1,4 milioni di persone si riversano negli slum di tutto il mondo per andare ad alimentare una massa sempre crescente di abusivi. 6

L’arida e sterile statistica, secondo cui 3 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno, si sente così spesso che non ci si aspetta più una risposta, ma rimane comunque vera, pressante e sconvolgente.

A quelli che vedono nella crescita delle relazioni commerciali e dell’economia globale un modo per uscire da queste carenze schiaccianti, bisognerebbe far presente che, negli ultimi venticinque anni, questa crescita è stata favorita in ogni maniera, ma la situazione è peggiorata notevolmente.

Scrive Arundhati Roy:

È come se le persone (…) fossero state riunite e caricate su due convogli di camion (uno enorme e l’altro piccolissimo) diretti in direzioni opposte. Il convoglio più piccolo è diretto verso una bellissima destinazione situata in cima al mondo. L’altro sparisce nell’oscurità. 7

Il sistema del capitalismo industriale è occupato a dividere il pianeta in due e le sue priorità non hanno nulla a che vedere con la giustizia o l’ambiente. La maggior parte dei bambini al mondo è povera, e la maggior parte dei poveri sono bambini.8 Più di un miliardo di persone vuole un posto di lavoro e non riesce a ottenerlo; fra quelli che ce l’hanno, 2 miliardi non ricevono il salario minimo. Altri 2 miliardi di persone andranno a ingrossare le fila della forza lavoro nei prossimi vent’anni. Negli Stati Uniti, i posti di lavoro occupati dai giovani sono ai più bassi livelli dal 1948. Nel 2005, solo due terzi dei lavoratori statunitensi fra i 20 e i 24 anni aveva un lavoro.9

Solo una specie sulla Terra è afflitta dalla disoccupazione: quella dell’Homo sapiens. Quando sentì parlare della disoccupazione cronica nel mondo, uno scolaro di terza elementare chiese: “Hanno già fatto tutto il lavoro che c’era da fare?”.

Se esiste una critica comune al capitalismo globale, condivisa da tutti i partecipanti al movimento, è questa: le merci sembrano essere diventate più importanti delle persone e vengono trattate meglio. Cosa succederebbe se tali priorità venissero invertite? Questo libro analizza un movimento che porta avanti tecnologie sociali innovative e a volte brillanti che vorrebbero favorire tale rovesciamento ricollocando le persone al centro del mondo e dell’esistenza. È fatto di progetti e azioni, immaginazione e organizzazione. Implica anche una coraggiosa difesa dei diritti umani. Promuove l’innovazione incentrata sulla vita quotidiana: l’esigenza e il piacere di imparare, di prendersi cura degli altri, di preparare il cibo, di crescere i bambini, di viaggiare e di svolgere un lavoro soddisfacente. Queste peculiarità umane sono minacciate da potenze globali che non prendono in considerazione i desideri più profondi delle persone.


Quando parlo del movimento con accademici o amici che lavorano nei mezzi d’informazione, la prima domanda che mi sento rivolgere è sempre la stessa: se è così grande, perché non ha maggiore visibilità? Ovvero:perché non ha più visibilità su giornali e notiziari, soprattutto televisivi?

Il movimento, anche se persegue fini globali, generalmente rimane invisibile fino a quando non si riunisce per prendere parte a qualche dimostrazione a Londra, Praga, New York, o durante gli incontri annuali del World Social Forum; dopodiché, sembra nuovamente scomparire, rinforzando la percezione che sia solo un fuoco fatuo.

Questo movimento non rientra esattamente in nessuna delle categorie della società moderna, e ciò che non si può vedere non ha un nome. Negli affari, ciò che non può essere misurato non può essere gestito; nei mezzi d’informazione, ciò che non si vede non fa notizia.

[omissis]

Ciò che già conosciamo fa da supporto a ciò che vediamo e ciò che vediamo fa da supporto a ciò che comprendiamo. La Rivoluzione industriale è rimasta senza nome per più di un secolo, in parte perché la sua evoluzione non rientrava nelle categorie tradizionali, ma anche perché nessuno riusciva a definire cosa stesse accadendo, sebbene fosse evidente a tutti.

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June 8, 2009 - 3:12 PM Nessun Commento

2.1 – Un “Movimento” ubiquitario, interconnesso e senza nome Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 42 e 41]

“Esiste una vitalità, una forza vitale, un’energia, un’accelerazione che si traduce,
tramite te, in azione e, visto che in ogni momento tu sei unica, questa espressione è
unica [...] Devi mantenerti aperta e conscia nei confronti degli impulsi che ti
motivano. Mantieni aperto il canale [...] [Non esiste] nessuna soddisfazione in
nessun momento. Esiste solo una strana, divina insoddisfazione, una benedetta
irrequietezza che ci fa andare avanti e ci rende più vitali degli altri.”

Martha Graham ad Agnes De Mille, Dance to the Piper1

“Come può una persona vivere un’esistenza morale e compassionevole quando
è pienamente cosciente del sangue, dell’orrore inerente alla vita, quando trova
l’oscurità non solo nella sua cultura, ma dentro di sé? Se esiste uno stadio in cui una
persona diventa veramente adulta, deve essere quando comprende l’ironia insita
nella sua evoluzione e accetta la responsabilità di una vita vissuta nel mezzo di
questo paradosso. Una persona deve vivere immersa nelle contraddizioni, perché se
tutte le contraddizioni venissero eliminate contemporaneamente, la vita crollerebbe.
Semplicemente, non esistono risposte ad alcune delle grandi e pressanti domande.
Si continua a viverle, rendendo la propria vita una degna
espressione dell’aspirazione alla luce.

Barry Lopez, Sogni artici

“Sono grande, contengo moltitudini.”
Walt Whitman, Canto di me stesso

Clayton ThomasMüller parla, in un raduno comunitario della nazione Cree, delle discariche costruite sulle loro terre nell’Alberta settentrionale, laghi tossici così grandi da risultare visibili dallo spazio.

Shi Lihong, fondatrice di Wild China, gira documentari insieme a suo marito sugli emigranti sfollati a causa della costruzione di grandi dighe.

Rosalina Tuyuc Velásquez, del popolo MayaKaqchukel, lotta per l’individuazione dei responsabili di decine di migliaia di vittime degli squadroni della morte in Guatemala. Rodrigo Baggio recupera vecchi computer a New York, Londra e Toronto e li installa nelle favelas del Brasile, dove lui e il suo gruppo insegnano ai bambini poveri a utilizzarli.

La biologa Janine Benyus, durante un forum economico nel Queensland, parla a 1.200 diri
genti dello sviluppo industriale basato sulla biologia.*

Paul Sykes, un volontario della National Aubon Society, completa il suo cinquantaduesimo Christmas Bird Count a Little Creek, Virginia, andandosi ad aggiungere ad altri 50.000 che censiscono 70 milioni di uccelli in un giorno.

Sumita Dasgupta guida studenti, ingegneri, giornalisti, agricoltori e membri del popolo Adivasis durante un viaggio di dieci giorni nel Gujarat per studiare il ripristino degli antichi sistemi di captazione e raccolta delle acque meteoriche, che riportano la vita nelle aree dell’India colpite da siccità.

Sila Kpanan’Ayoung Siakor illustra i collegamenti fra le politiche di genocidio del presidente Charles Taylor e il taglio illegale del legno in Liberia, che hanno portato a sanzioni internazionali e all’introduzione delle politiche per il legname certificato e sostenibile.

Queste otto persone, che potrebbero non incontrarsi e non conoscersi mai, fanno parte di una coalizione che comprende centinaia di migliaia di organizzazioni. Non rivendicano poteri speciali e crescono con discrezione, come i fili d’erba dopo la pioggia.

Il movimento nasce e si diffonde in tutte le città e paesi, comprendendo praticamente ogni tribù, cultura, lingua e religione, dai Mongoli agli Uzbechi ai Tamil. È formato dafamiglie indiane, studenti australiani, agricoltori francesi, senzaterra brasiliani, bananere dell’Honduras, i “poveri” di Durban, abitanti dei villaggi in Irian Jaya, tribù indigene boliviane e casalinghe giapponesi. I suoi leader sono agricoltori, zoologi, calzolai e poeti. Offre un sostegno e un senso a miliardi di persone nel mondo. Questo movimento non può essere diviso, perché è estremamente frazionato, una raccolta di piccoli gruppi con collegamenti molto aperti.2 Si forma, si scioglie e poi si riunisce nuovamente, senza una leadership, una guida o un controllo centrale.

Invece di cercare il predominio, questo movimento senza nome lotta per dissolvere le concentrazioni di poteri. È riuscito a far cadere governi, imprese e leader, agendo tramite testimonianze, informazione e azioni di massa.
Negli ultimi anni ha goduto di una forte accelerazione, grazie alla sempre maggiore diffusione delle tecnologie informatiche, divenuta accessibile in tutto il mondo. La sua forza risiede nelle sue idee, non nel potere.


Immaginate l’esistenza collettiva di tutti gli esseri umani come un organismo, pervaso da attività intelligenti, risposte immunitarie dell’umanità per resistere e curare gli effetti di corruzione politica, economie malate e degrado ecologico, indipendentemente dal fatto che siano causati dal libero mercato, dalla religione o da ideologie politiche. In un mondo divenuto troppo complesso per ideologie restrittive, anche la stessa parola “movimento” può risultare limitante per descrivere tale processo.

La scrittrice e attivista Naomi Klein lo chiama “il movimento dei movimenti” e io, in mancanza di un termine migliore, continuerò a chiamarlo “movimento”, in quanto credo che tutte le sue componenti stiano iniziando a convergere.


Il movimento ha tre radici che sono diventate sempre più interdipendenti:

  • l’attivismo ambientalista,
  • le iniziative per la giustizia sociale
  • e la resistenza delle culture indigene alla globalizzazione.

Nell’insieme, esprime l’esigenza della maggior parte delle persone di tutto il mondo di difendere l’ambiente, cercare la pace, rendere veramente democratici i processi decisionali e le politiche, reinventare i governi dal basso e migliorare la vita di donne, bambini e poveri. Nel corso della storia, eserciti, corporazioni, capi religiosi e zeloti politici hanno sopraffatto la maggioranza, che nel nostro mondo al rovescio viene considerata una minoranza. 3

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June 8, 2009 - 1:30 AM Nessun Commento