Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza)

Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto

9.1 Evoluzione biologica, auto-organizzazione, reti di comunicazione e resilienza. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 9 "Il ripristino"; pag 219, 221, 222, 223, 224, 225, 226 (6 righe), 227 (9 righe), 228, 229, 231, 232, 233, 234, 235, 236 (6 righe), 237, 238, 239, 240, 241, 243 (28 righe), 244, 245, 246]

Anche se portiamo gli oceani dentro di noi, nel nostro sangue e nei nostri occhi, tanto
che vediamo tutto attraverso un velo d’acqua marina, sembriamo ciechi al loro
destino. Molti scienziati parlano solo fra di loro ed evitano attentamente di istruire
la stampa. I mezzi d’informazione sembrano restii a pubblicare notizie sull’ambiente
e soddisfano le richieste di un pubblico impantanato in indolenza, paura, cupidigia
e, in generale, confuso dalla scienza. Sembriamo incapaci di riconoscere che le prove
richieste da molti politici già esistono sotto forma del senno del poi. Scritta nella
lunga storia del nostro pianeta, in una forma o in un’altra,
c’è la testimonianza del nostro futuro.

Julia Whitty, The Fate of the Oceans1


Risulta estremamente chiaro che tutte le forme di vita – dai batteri agli elefanti –
hanno caratteristiche comuni a livello molecolare. Esiste un filo comune che si
dipana lungo tutta l’intera vita biologica … Queste molecole percorrono la vita
come il tema musicale percorre l’ultimo movimento della Quarta sinfonia di
Brahm. Esiste un insieme di variazioni che superficialmente sembrano molto
diverse, ma che sono sostenute da una somiglianza più profonda che consolida
l’insieme. La bellezza della struttura dipende dall’originalità della musica di
passaggio e dalla coerenza della costruzione. Quella scintilla vitale dalla materia
inanimata alla vita animata si è verificata una volta e solo una, e tutte le forme di
vita dipendono da quel momento. Formiamo un’unica tribù con i batteri che
vivono nelle sorgenti calde, con i cirripedi parassiti, con i pipistrelli vampiri
e i cavolfiori. Tutti quanti noi condividiamo un antenato comune.

Richard Fortey, Life: A Natural History of the First Four Billion Years
of Life on Earth2

Il sogno di ogni cellula è di diventare due cellule.
François Jacob3

L’essere umano è formato da un quadrilione di cellule, di cui il 90% sono batteri, funghi, lieviti e altri microbi, indispensabili per la nostra sopravvivenza. Ecco quindi un paradosso: ciò che ci rende pienamente umani non è umano. La prospettiva di discendere dai primati inferiori, eresia per i fondamentalisti cristiani, costituisce un fenomeno relativamente minore nel più grande quadro della scienza. Nel nostro organismo si trovano le tracce della storia della Terra retrodatate a 4 miliardi di anni fa, le catene molecolari, i composti essenziali, i semplici batteri e i fluidi salini che puliscono i nostri occhi e circondano le nostre cellule; in pratica, un intero compendio della vita che ci ha preceduto. Siamo sempre stati un cantiere in attività, un animale cumulativo, una chimerica fusione di diversi organismi “uniti da un’elastica sequenza temporale”4 sin dall’inizio della vita. Si pensa che i nostri antenati microbici nacquero quando un po’ di polimeri di carbonio, nucleotidi e aminoacidi si combinarono in uno sfiato sulfureo oceanico. Se mai si verificò un evento soprannaturale, fu questo: una cellula vivente formata di composti inanimati. In verità, non sappiamo precisamente come la vita ebbe inizio e, come ha sottolineato un biologo, solo i pazzi e gli impostori azzarderebbero una tale dichiarazione.* Il salto dal brodo chimico al microbo sembra stupefacente, come se la prima pressa per la stampa di Gutenberg fosse stata una stampante laser collegata a un portatile, e non un semplice portatile, ma uno in grado di generare all’infinito nuovi portatili partendo da componenti semplici. Senza dubbio, la creazione della prima cellula fu preceduta da decine di milioni di anni di esperimenti chimici, nei quali le forme di vita precedenti esistevano in combinazioni differenti. Ancora fino a poco tempo fa si pensava che l’eventualità che la vita fosse scaturita da un simile brodo annacquato fosse così remota che nessuna analisi statistica fosse in grado di calcolarne le probabilità, come se un uragano avesse assemblato un Boeing 747 dopo essere passato su un cantiere di demolizione pieno di pezzi gettati alla rinfusa.5 La scienza ha capovolto questa logica: adesso guardiamo al miracolo della vita non dal punto di vista della sua impossibilità, ma da quello della sua inevitabilità.6 In condizioni simili a quelle presenti sulla Terra quando la vita ebbe inizio, la vita avrebbe avuto inizio in ogni caso.

La prima forma vivente fu un organismo unicellulare microscopico, chiamato “procariote”, che all’incirca significa “prima del nucleo”, cellule senza un vero nucleo. Nei libri di testo vengono raffigurate come capsule con un materiale sinuoso all’interno, il che rappresenta una grossolana semplificazione. Una singola cellula batterica, l’Escherichia coli, contiene 2,4 milioni di molecole proteiche di circa 4.000 tipi diversi, 280 piccole molecole di metaboliti e ioni, 22 milioni di lipidi, un genoma formato da 4,6 milioni di coppie di basi di nucleotidi e 40 miliardi di molecole d’acqua, tutte racchiuse in un’unica cellula il cui diametro è un centesimo della larghezza di un capello.7 Queste prime cellule, secondo le parole di Robinson Jeffers, “contenevano echi del futuro” in loro stesse8 e, sostanzialmente, conquistarono il pianeta. Sono presenti in ogni fosso, su ogni foglia, nel cielo, al Polo Sud, sulle nostre lingue, a 5.000 metri sotto gli oceani e in tutti i deserti del mondo. Danno origine alla fotosintesi, alla respirazione, alla fermentazione e, infine, ai mitocondri e ai cloroplasti, gli organuli che digeriscono, respirano e mettono in circolo i nutrienti nelle nostre cellule. Anche se abbiamo identificato le molecole in una singola cellula di E. coli, non siamo in grado di capire le modalità con cui collaborano per dare origine alla forma, alla riproduzione, alle funzioni mentali e ai comportamenti finalizzati. Quando separiamo una cellula, la vita scompare e troviamo solo molecole.

I procarioti sperimentarono per primi i diversi modi in cui la vita può metabolizzare l’energia, dal sole allo zolfo, e poi diedero inizio a un movimento, combinandosi in colonie divise in compartimenti al fine di creare nuove forme di vita: gli eucarioti, cellule dotate di nucleo, che possono raggrupparsi in scinchi, caprifogli ed esseri umani. Gli eucarioti impugnarono la tavolozza molecolare preparata dai procarioti e divennero artisti, raggruppandosi in milioni di diverse forme di vita, creando mantidi religiose, finferli, gelsomini dalla fioritura notturna e sistemi limbici, un grande stufato di vita insaporito con timidezza, chicchi di caffè, mandrie di caribù e la seconda sinfonia di Mahler. La differenza fra un procariote e una cellula eucariotica è quella che passa fra un igloo e Parigi. Con 30.000 geni e 400 miliardi di molecole, una singola cellula animale supera qualsiasi microprocessore Intel per la sua prodigiosa capacità di calcolo. Ogni cellula porta avanti simultaneamente milioni di processi molecolari, che coinvolgono mille miliardi di atomi. Moltiplicate questa attività per le migliaia di miliardi di cellule dei quintilioni di creature sul pianeta e sorge una domanda: chi, esattamente, è il responsabile?

Il numero totale di attività intrae intercellulari in un solo corpo umano è impressionante: un settilione di azioni al momento, 1 seguito da 24 zeri. In un secondo, nel nostro organismo si svolge un numero di processi pari a dieci volte il numero di stelle presenti nell’universo, proprio ciò che Charles Darwin aveva pronosticato affermando che la scienza avrebbe scoperto che ogni creatura vivente rappresentava un “piccolo universo, formato da una moltitudine di organismi autopropagantisi, straordinariamente piccoli e numerosi come le stelle nel cielo”.9


Complessi organismi replicanti composti da molte migliaia di miliardi di cellule, chiamati Homo sapiens, sono in grado di discutere sull’ambiente e sulla gravità dei cambiamenti climatici. Tuttavia, non possono sedersi a parlare con una cellula delle loro personali aspirazioni o delle pecche del capitalismo del libero mercato. La vita funziona così e nulla di quanto abbiano mai detto o votato i politici può influenzare i principi di base della biologia. Come ironicamente scrive Bill McKibben, in caso di scelta fra le leggi del Congresso e quelle della fisica, quasi sicuramente prevarrebbero le leggi della fisica. Credere che le sue cellule siano privilegiate o uniche costituisce una comprensibile vanità dell’essere umano, ma la differenza fra le cellule umane e quelle di un girasole è piccolissima, mentre fra i primati e gli umani è infinitesimale. Per trovare occasionali diversità con cui distinguere le cellule umane da quelle di tritoni, foche o coyote è necessario scendere al livello molecolare. Noi siamo la natura, una presa di coscienza che bloccò Emerson a Parigi e che potrebbe bloccare anche noi. Noi viviamo in una comunità, non da soli, e qualunque sensazione di divisione è un’illusione. Gli esseri umani sono animali straor
dinari, ma rimangono animali, e non possiedono alcuna immunità particolare. Visto l’attuale tasso di distruzione e inquinamento del pianeta, dobbiamo negoziare una distensione dei rapporti con la natura e con noi stessi.


Le funzioni collettive del settilione di attività che avvengono simultaneamente nel nostro organismo hanno un nome: resilienza. Questa eccezionale ridondanza costituisce il motivo per cui noi possiamo essere insensibili alle nostre necessità fisiche, ingollare cibo da fast food, avvelenarci con alcolici e droghe, vivere nell’aria inquinata e continuare a sopravvivere. Per la stessa ragione, possiamo maltrattare la natura in una miriade di modi e continuare ogni giorno a trovare i nostri cornflakes, il nostro SUV e il nostro pianeta che ancora funziona. La resilienza è uno dei segreti della vita e il suo funzionamento è l’opposto della teoria del domino.

Le cellule cambiano e muoiono costantemente, ma non coinvolgono le cellule circostanti. Gli organismi e gli ecosistemi sani sono diversi, imprevedibili, ridondanti e adattativi. Le forme di vita sono collegate in maniera incredibile, ma si rifiutano di procedere simultaneamente o di sincronizzare i loro orologi. Ogni sistema vivente rappresenta un dialogo costante fra armonia e autonomia, fra persistenza e fluidità, prevedibilità e instabilità. Non possediamo un solo cervello, ma tre, rettile, limbico e neocorticale, ciascuno con differenti funzioni e capacità. Un essere umano può perdere la vista, un arto, un lobo frontale, un rene e metà della capacità dei suoi polmoni e continuare a sopravvivere. Per definizione, l’evoluzione produce creature e sistemi dotati della massima abilità possibile di durare nel tempo, e la resilienza permette a un organismo di resistere alla più vasta gamma di problemi. Ciò vale per i sistemi sociali e per quelli ambientali, per i governi e le aziende, per gli stock ittici e le scogliere.

Maggiore è la resilienza di un sistema, maggiore sarà la sua capacità di riprendersi da traumi e impatti.10 Di contro, quando un sistema perde la sua diversità e, di conseguenza, la sua ridondanza funzionale, diventa vulnerabile a sconvolgimenti e crolli. L’ecologia si occupa delle interazioni tra gli organismi viventi, sia fra di loro sia con l’ambiente circostante. La sostenibilità è finalizzata a una stabilizzazione della relazione, attualmente distruttiva, fra i due sistemi più complessi della Terra: la cultura umana e il mondo vivente. L’interrelazione fra questi due sistemi segna l’esistenza di qualsiasi persona ed è responsabile dell’ascesa e della caduta di tutte le civiltà. Benché il concetto di sostenibilità sia relativamente nuovo, ogni cultura si è dovuta confrontare con questa relazione. Per migliaia di anni le civiltà non sono state in grado di invertire la rotta, per quanto riguardava i danni all’ambiente, e questa incapacità ha causato il loro declino e la loro scomparsa. Per la prima volta nella storia, oggi un’intera civiltà – persone, aziende e governi – sta tentando di interrompere questa spirale negativa e di capire come vivere in armonia con la Terra, un tentativo che rappresenta uno spartiacque nell’esistenza umana. La vita è crescita o decrescita, non esiste una via di mezzo dorata in cui tutto è giusto. Al punto di caduta libera ambientale in cui ci troviamo, dobbiamo tutelare quanto rimasto e dedicarci a ripristinare quanto abbiamo perso.

Alcuni potrebbero rispondere che si tratta di uno sforzo inutile. Sembra che il triste presagio di Robert Kaplan di un mondo in cui crimine, violenza e anarchia si alimentano di povertà ambientale e ingiustizia si stia realizzando. Collasso, di Jared Diamond, racconta come gli esseri umani abbiano ripetutamente ignorato i feedback dell’ambiente e siano precipitati nell’oblio. Malgrado la popolarità di questo tipo di libri, nel migliore dei casi le persone comuni sono poco coscienti delle dimensioni che tali problematiche stanno assumendo e della rapidità con cui ciò sta avvenendo. Nondimeno, il mondo sta per raggiungere un punto decisivo in questa presa di coscienza. Anche se la vastità del crollo sociale e ambientale fa sì che risulti impossibile, per un singolo individuo o ente, essere pienamente informato su tutto, i segnali di allarme sono evidenti ovunque.

Di recente, nell’arco di un anno si sono verificati due eventi che sono rimasti largamente ignorati, ma che hanno segnato il nostro futuro sulla Terra. Il 30 marzo 2005, alcune organizzazioni delle Nazioni Unite (come FAO e UNEO), i segretariati delle grandi convenzioni internazionali, 1.360 scienziati di 95 paesi, hanno pubblicato il Millenium Ecosystem Assessment. Questo rapporto, costato 24 milioni di dollari, costituisce il più grande studio scientifico mai intrapreso sulla capacità di carico del pianeta. Per la prima volta, la comunità scientifica globale ha esaminato le risorse biologiche mondiali e ha valutato l’influenza, sul nostro futuro, delle sempre maggiori perdite. Benché il rapporto presenti un’analisi estremamente dettagliata, la diagnosi finale risulta semplice: le risorse del pianeta si stanno consumando e presto si esauriranno; a quel punto, la Terra non sarà più in grado di supportare la vita così come la conosciamo.

Lo studio include alcuni dati mai rivelati, pubblicati o resi noti in precedenza. La sua novità consiste inoltre nell’ampiezza e nei toni misurati. È un riconoscimento degli allarmi che gli scienziati stanno lanciando da oltre dieci anni: come tutti i sistemi non lineari, gli ecosistemi, se presi d’assalto, non si esauriscono in maniera graduale, ma possono raggiungere delle soglie critiche sorpassate le quali improvvisamente collassano e muoiono, in una sorta di attacco cardiaco ecologico. La resilienza può proteggere un sistema solo fino a un attimo prima che il crollo coinvolga tutto.11

[omissis]

Viviamo in un’economia basata sulla fede, e non mi riferisco alla pratica religiosa. Alle persone viene chiesto di fidarsi di sistemi economici e politici che negli ultimi trent’anni hanno inquinato le risorse idriche, l’aria e il mare; hanno depredato le comunità, umiliato la forza lavoro, abbassato il reddito della maggior parte delle persone e riempito la troposfera con così tanti gas industriali da aver iniziato un gioco d’azzardo con il pianeta. Non è necessario demonizzare il sistema imprenditoriale per riconoscere che non possiede mezzi adeguati per far fronte agli impatti negativi delle sua attività, a parte una benevola nota a piè pagina sui suoi rapporti annuali, nel caso, raro, in cui sia disposto a donare una piccola parte delle sue entrate. A mano a mano che questa fede appare sempre più mal riposta, diventa chiaro che il modo per cambiare il mondo consiste nel mutare le nostre abitudini, incluse quelle relative all’abitazione, alle fonti energetiche, alle metodologie agricole, alle consuetudini alimentari e ai trasporti. Non dico che il Protocollo di Kyoto non debba essere firmato o adottato, i simboli possiedono comunque la loro importanza, ma per uscire da questa situazione non si può fare affidamento su meccanismi dipendenti dal supporto di quelle istituzioni che beneficiano dell’attuale status quo. È necessario continuare a tentare di cambiare le istituzioni, ma il successo di questi tentativi è legato al fatto che le persone rivedano i propri comportamenti e stili di vita. Se confrontato con le grandi istituzioni, il movimento può apparire debole, ma possiede un obiettivo più importante, quello di creare una base sociale ed economica più resiliente, in quello che è fondamentalmente un mondo oligarchico: un atto significativo che restituisce ai cittadini una certa misura di autonomia e potere.

Per comprendere la natura del movimento, si deve guardare alle sue attività.15 Il biologo molecolare Mahlon Hoagland, nel suo saggio intitolato The Way Life Works, identifica 16 caratteristiche comuni a tutti gli esseri viventi, molte delle quali sono applicabili ai movimenti sociali.16

La prima caratteristica: la vita si costruisce dal basso verso l’alto. Proprio come gli organismi complessi sono formati da comunità di cellule che collaborano, il movimento che si occupa delle tematiche ambientali e sociali è formato da piccoli gruppi di persone che cooperano. Così come nell’organismo le comunità cellulari svolgono diverse funzioni, dalle papille gustative ai reni, i gruppi si organizzano attorno a cause, missioni e obiettivi specifici. Poiché la crescita del movimento parte dalla base, a prima vista esso può sembrare impotente; dopo tutto, sono i potenti a possedere i mezzi per esprimersi e soddisfare le loro esigenze. Tutti quelli che si sentono esclusi dai processi governativi, imprenditoriali e istituzionali trovano nelle associazioni di volontariato e non profit un modo, a volte riconosciuto, per esprimere le loro esigenze. Insieme, questi gruppi formano un mondo politico diverso e pongono le basi di una società diversa. Non esiste un esempio migliore di costruzione dal basso verso l’alto di quello delle migliaia di organizzazioni incentrate sulla microfinanza, che concedono prestiti alle persone che non ne avrebbero diritto o ai poveri che non sono qualificati per ottenerli dalle tradizionali società finanziarie perché non possiedono beni o un reddito sufficientemente alto, o a causa della discriminazione, come avviene alle donne. Lo scopo degli istituti di microcredito è alleviare la povertà, finanziando attività autonome che generino reddito, ovunque si trovino persone povere, da Apoyo Para el Campesino Indígena del Oriente in Bolivia a la Zimbabwe Association of Microfinance.

La seconda caratteristica: la vita è organizzata in catene. Nello stesso modo, le organizzazioni non profit si coordinano connettendo interessi, persone o comunità, o collegandosi ad altre organizzazioni simili. Gli elementi basilari di tutte le forme di vita sono i polimeri, lunghe catene di unità più semplici chiamate “monomeri”. I polimeri possiedono molti nomi, in base alla loro composizione: pelle, amido, proteine, DNA, cashmere,cellulosa, albume dell’uovo, seta del ragno, cotone, unghie, gomma, guscio del granchio ed enzimi. La funzione basilare del movimento è collegare, ed esistono molti nomi per i sottosettori che lo costituiscono, in base al tipo di unità che li compongono. I polimeri sociali sono abbondanti e comprendono i diritti delle donne, le zone umide, i corridoi per la fauna selvatica, le risorse idriche, la riduzione dei rifiuti, la riduzione delle disparità economiche, l’energia eolica, i diritti dei lavoratori e la salute delle donne; e queste, come si sarà potuto notare, sono solo alcune delle aree coinvolte.

In natura sopravvive ciò che si dimostra essere funzionale e tale funzionalità si ottiene per mezzo dell’evoluzione, tramite invenzioni ed esperimenti ininterrotti. Da pochi elementi la vita crea molte variazioni. Tali variazioni vengono generate incessantemente e inesorabilmente. Trarre vantaggio dalle nuove possibilità richiede costanti cambiamenti e adattamenti, il che dà vita a numerose organizzazioni. Molte volte ho sentito dire che il movimento è inefficiente, che esistono troppi gruppi e troppe sovrapposizioni. Non ho dubbi sulla veridicità di questa affermazione, ma sospetto che sia vero anche l’opposto: che gli organismi basati sui cittadini costituiscano le entità sociali più efficienti sulla Terra, di molto superiori a imprese e istituzioni per l’utilizzo delle risorse. Invece di considerarle il minimo comun denominatore dell’organizzazione sociale, le si deve guardare come le unità fondamentali del cambiamento sociale. Le democrazie riuniscono i voti in istituzioni burocratiche centralizzate. Il movimento, invece, trasforma gradualmente le intenzioni sociali in organizzazioni agili e reattive, che risultano più efficienti proprio perché utilizzano al meglio le limitate risorse di cui dispongono.

[omissis]

Esattamente come la vita si organizza con le informazioni, lo strumento più potente del movimento è un ininterrotto flusso di notizie e di dati e, di conseguenza, una comunicazione fluida costituisce l’unico mezzo tramite il quale l’intero genere umano può riorganizzarsi.

L’umanità, esattamente come il corpo umano, non può essere spiegata o gestita con i mezzi convenzionali. Hoagland ha stimato che servirebbero 1.500 enciclopedie per creare il manuale per l’utente di una persona. L’integrazione eccezionale di movimento, pensiero, fisiologia, vista, tatto e metabolismo supera la complessità di qualsiasi altro sistema immaginabile. Qualcosa ci fa funzionare, ma cosa? Non si tratta del libero fluire di antiche e geniali informazioni, un’intelligenza endemica e involontaria liberamente scambiata a livello cellulare e intracellulare? Questo è il sistema in cui possiamo riporre la nostra fiducia, perché è l’unico che abbia sempre funzionato. Se questo impulso che illumina e dà la vita è Dio, allora inginocchiamoci e ringraziamolo giorno e notte. Se è Allah, rivolgiamoci a oriente 5 volte al giorno, fra l’alba e il tramonto, e umiliamoci. Se è Yahvè, tocchiamo il muro del pianto e versiamo lacrime di gratitudine. Se è la biologia, possa la scienza arrivare a incontrare il sacro. Io credo che sia tutto questo insieme, ma, qualunque sia il nome che gli diamo, rimane di fatto inconoscibile.

Per motivi simili, è ragionevole pensare che non sia possibile prendere in considerazione o gestire tutti i problemi che ci si pongono davanti. Il mondo sembra semplicemente fuori controllo. Tuttavia, troppo spesso questi problemi appaiono insolubili proprio a causa delle modalità con cui vengono gestiti, ovvero in maniera ideologica, dall’alto verso il basso, oligarchica, militaristica. Se noi cerchiamo di controllare consciamente il nostro corpo, moriremo, esattamente come sta succedendo al pianeta. Tuttavia, possiamo proteggerlo, nutrirlo, ascoltarlo e curarlo con cibo, sonno, preghiere, amici, risate ed esercizio fisico. Questo è esattamente quello che il pianeta si aspetta da noi: complicità, riposo, alimentazione, rispetto, celebrazione, collaborazione e impegno.

Un sistema globale di organizzazioni civili, con valori semplici e chiari, è in grado di proteggere il mondo da guerra, caos climatico, involuzione sociale e collasso ambientale? Se dobbiamo guardare alla storia, la risposta è no. Negli ultimi due secoli, abbiamo visto che le lotte per i diritti fondamentali di libertà, democrazia e dignità umana sono state ripetutamente messe in ombra dalla povertà cronica ed endemica. Oggi, oltre a questi impegni, abbiamo davanti un altro compito, ovvero quello di superare la negligenza ambientale ereditata dalle generazioni precedenti. Per riuscire, avremo bisogno del dono dell’ubiquità, di una rete di informatori, una cospirazione di creativi sociali, di gruppi che coltivino nuove conoscenze, le condividano, cerchino informazioni ovunque e le trasmettano agli enti e ai cittadini che le richiedono. Senza dubbio, nessuna singola componente del movimento è all’altezza del compito, perché verrebbe subito sopraffatta dalla forze istituzionali più grandi e potenti. Tuttavia, se ogni organizzazione porterà avanti la sua missione, non dovrà scontrarsi con la potenza di fuoco schierata contro di essa. Questi gruppi non devono dominare il mondo imponendo un nuovo ordine; devono solo trovare il loro posto in un pianeta multicentrico, in cui non esiste il dominio di una istituzione. Invece di possedere megasoluzioni, devono risolvere per schemi.17

L’espressione “risolvere per schemi” fu coniata da Wendell Berry in riferimento a una soluzione che risolve più problemi contemporaneamente invece di uno solo. Il risolvere per schemi emerge spontaneamente quando i problemi vengono percepiti come sintomi di danni sistemici e non come errori casuali da riparare. Per esempio, l’agricoltura sostenibile affronta contemporaneamente diverse problematiche: riduce le acque reflue, principale causa dell’eutrofizzazione e delle zone morte in laghi, estuari e oceani; diminuisce l’impiego di fertilizzanti azotati ad alta intensità energetica; contribuisce alla lotta ai cambiamenti climatici, perché il terreno biologico cattura il carbonio, mentre l’agricoltura industriale rilascia anidride carbonica nell’atmosfera e costituisce la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione dei carburanti fossili; migliora la salute dei lavoratori, grazie all’assenza di pesticidi tossici; fa sì che il suolo trattenga una maggiore quantità di umidità e, di conseguenza, dipenda meno dall’irrigazione e da fonti idriche esterne; risulta più produttiva rispetto a quella convenzionale; è meno suscettibile all’erosione; fornisce un habitat per impollinatori, uccelli e insetti benefici incrementando la biodiversità; ma, soprattutto, il cibo prodotto risulta competitivo sul mercato, rendendo le piccole aziende agricole economicamente redditizie. Risolvere per schemi costituisce, di fatto, l’approccio del movimento che, data l’esiguità delle sue risorse, non può permettersi “pasticci”, ma solo soluzioni.

La natura funziona per cicli, e così dovrebbe fare una società sana. Un sistema in grado di correggersi da solo prospera grazie ai feedback. Il movimento è composto da piccole organizzazioni perché opera sul campo, a un livello in cui è possibile generare le informazioni e agire in base a esse. In questa dimensione, le organizzazioni riescono ad adattarsi rapidamente alle situazioni. Gli errori possono così trasformarsi in tesori nascosti, “anticamere della scoperta” joyciane, perché l’essere umano impara dai suoi fallimenti. L’opposto dell’imparare è un sistema ad alta velocità, dove gli errori vengono relegati in schedari e dimenticati. Quando un governo, un’impresa, un ente finanziario o un’organizzazione religiosa si isolano, le loro iniziative, per quanto ben indirizzate, producono risultati incontrollati ed effetti di secondo ordine che generano ulteriori problemi. Lo stato attuale del mondo riflette una metodologia di risoluzione dei problemi che in natura non esiste: rimedi dall’alto e imposti agli esclusi. Il movimento offre una metodologia che crea soluzioni dal basso e che risulta inclusiva, un processo che imita quelli biologici di adattamento ed evoluzione. Ogni attività fisica sostenuta dal corpo umano rientra in un sistema ciclico e biologico basato sull’autocorrezione. All’interno di quei sistemi chiamati “democrazie” deve avvenire la stessa cosa per ogni attività sociale.

La natura ricicla tutto, non solo le informazioni: nulla va perso, nulla viene buttato via, semplicemente perché non esiste un “via”. Tutti i processi naturali sono a ciclo chiuso e ogni briciola di materia, atomi e molecole vengono riutilizzati e convertiti in nuovi flussi vitali. La società industriale si comporta come un bambino viziato che butta dovunque i giocattoli che scarta, unica creatura a lasciare una scia di oggetti che non possono essere riciclati dalla natura o dall’industria. Il movimento non si limita a sostenere e praticare il riciclo, ma propone attivamente un sistema di produzione elegante, frugale e ricco come quello che si osserva in natura. Una delle prime persone che analizzò le produzioni umane in termini biologici fu l’economista Kenneth Boulding, originario di Liverpool, che diventò un brillante accademico in due continenti. Nel 1965, durante una conferenza, Boulding introdusse la metafora dell’“astronave Terra” per spiegare come l’abilità nello svilupparci e nel sottomettere la natura stesse cambiando la nostra percezione della Terra: da quella di un pianeta senza limiti si stava trasformando in una “minuscola sfera chiusa, limitata, affollata e scagliata nello spazio verso una destinazione ignota”.18

Nel suo libro Operating Manual for Spaceship Earth, pubblicato quattro anni dopo che Boulding aveva introdotto la metafora, Buckminster Fuller commentò che l’astronave Terra era stata progettata in maniera così meravigliosa che gli esseri umani, che la abitavano da almeno due milioni di anni, dovevano ancora accorgersi di essere a bordo di un’astronave. In verità, come si potrebbe progettare un’astronave che supporti la vita biologica per due milioni di anni, o per quattro miliardi? A volte ho posto questa domanda a dirigenti aziendali che non riuscivano a vedere la convenienza o la necessità di convertire le loro pratiche aziendali in altre più ecologiche. Particolarmente istruttivo è un evento che si verificò in una grande azienda specializzata nella produzione di sostanze chimiche per uso agricolo. Il vicepresidente della società diede infatti una risposta tagliente all’osservazione di un collega, che sosteneva la necessità di un’equa distribuzione delle risorse come prerequisito per creare un mondo sostenibile. Le esatte parole del vicepresidente furono: “Questo è comunismo, o socialismo, e non ha niente a che fare con l’ecologia o l’ambiente”. In seguito, sessanta ingegneri chimici dell’azienda furono divisi in quattro squadre, ognuna con lo stesso incarico: in due ore, progettare un’astronave che avrebbe potuto partire dalla Terra e tornarvi in un secolo, con tutto il suo equipaggio vivo, in salute e felice. In altre parole, gli fu richiesto di creare un bioma, un ecosistema che avrebbe prodotto cibo, acqua pulita, piante medicinali e fibre per cent’anni. Inoltre, ogni squadra avrebbe dovuto progettare l’intera cultura di questa società: chi sarebbe stato sull’astronave, cosa avrebbe fatto, la forma di governo oltre ai vari dettagli insiti nella creazione e nella conservazione di una società.

L’astronave avrebbe dovuto avere le giuste dimensioni e avrebbe potuto ricevere luce dall’esterno, ma non sarebbe stata dotata di uscite di sicurezza e tutto quello che sarebbe successo a bordo sarebbe rimasto lì per un secolo. Tutte e quattro le soluzioni proposte erano complesse, ma alla fine ne venne scelta una per il lungo viaggio di andata e ritorno. I vincitori avevano inserito delle caratteristiche insolite. Invece di scorte di DVD e schermi per il divertimento a bordo, avevano deciso che una parte consistente dei passeggeri sarebbero stati artisti, musicisti, attori e cantastorie. Per resistere un secolo, i passeggeri avevano la necessità di creare una cultura piuttosto che, più semplicemente, utilizzarne una. Imbarcarono sull’astronave un’ampia varietà di erbe infestanti oltre alle sementi utili, per arricchire il suolo e portare i minerali in superficie. La caricarono di micorrize e altri funghi, batteri, insetti e piccoli animali, tutte cose che la loro azienda aveva avvelenato sulla Terra in nome del profitto (il principale prodotto della società era infatti un pesticida). Nessuno delle migliaia di prodotti aziendali venne portato a bordo. I progettisti avevano capito che la loro tossicità era troppo elevata per consentirne il rilascio in un piccolo ambiente, fosse anche un’astronave con un diametro di 8 chilometri. In parole povere, i vincitori avevano creato un ecosistema diverso, all’interno del quale una società giusta ed equa praticava l’agricoltura biologica, e avevano progettato tutti oggetti che avrebbero potuto essere smontati, riutilizzati e riciclati. Quando fu chiesto ai partecipanti se trovassero equo che il 20% dei passeggeri ricevesse l’80% di frutta, verdure e medicine prodotte a bordo, tutti, compreso il vicepresidente che si era detto disgustato dall’idea di equità, bocciarono la proposta come inaccettabile. Solo a quel punto il vicepresidente capì cosa aveva detto. Dopo l’esercitazione, un gruppo d’impiegati iniziò a coltivare un giardino biologico nella sede principale e diversi ingegneri diedero le dimissioni.

La forza del modello dell’astronave non è solo metaforica, è anche pedagogica. Illustra il pensiero sistemico, un approccio olistico alle interazioni e alle interdipendenze fra le parti che formano il sistema e al loro funzionamento congiunto nel tempo. Come abbiamo potuto credere che la Terra avrebbe sopportato i rifiuti, le contaminazioni da metalli pesanti, i siti di smaltimento dei rifiuti pericolosi e i test nucleari costituisce una domanda che lascio agli storici della cultura. A dispetto dei saccheggi e dell’inquinamento che durano da secoli, quasi tutte le aziende responsabili al mondo stanno abbandonando le loro pratiche distruttive e cercano di crearne altre più sostenibili. Tutte si sono rivolte alle Ong per avere assistenza, insegnamenti, suggerimenti e stimoli. Lo stereotipo prevede che nella società civile le aziende si oppongono ai gruppi: ciò è in parte vero, come sottolineato nei capitoli precedenti. Tuttavia, è anche vero che i gruppi non profit hanno dato vita a relazioni fruttuose con le aziende, per aiutarle a crescere in modi più sostenibili. Wal-Mart, che per più di un decennio è stata criticata dalle organizzazioni non profit, si è impegnata a rendere ecocompatibile ogni aspetto delle sue attività: riduzione dei consumi, da 10 a 29 km/l, del più grande parco camion al mondo; conversione totale all’energia rinnovabile; adozione di un sistema a rifiuti zero, dove nulla viene gettato via. Per raggiungere questi obiettivi, Wal-Mart ha consultato attivamente dozzine di Ong su tematiche quali i frutti di mare, l’agricoltura e gli alimenti biologici, i tessuti, i cambiamenti climatici, la Cina, le apparecchiature elettroniche e il loro smaltimento, i gioielli, le sostanze chimiche, la chimica verde, la logistica, i prodotti forestali e la relativa certificazione, l’edilizia verde, i trasporti, gli imballaggi e le energie rinnovabili (è importante notare che un gruppo di Ong altrettanto grande continua a contestare le ubicazioni e le pratiche lavorative e aziendali di Wal-Mart).

La società dei rifiuti è un fenomeno relativamente nuovo.

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energia diminuisce notevolmente e i posti di lavoro aumentano. John Todd è un genio della progettazione di sistemi acquatici e, basandosi sul suo lavoro, Paul Bierman-Lytle, studente di architettura a Yale, ha coniato il termine “rifiuti uguale cibo” per esprimere il concetto che i rifiuti di un sistema possono costituire il cibo di un altro sistema, che si tratti di sistemi industriali o ecosistemi. Todd ha immaginato gli scarichi industriali e municipali come una potenziale fonte di nutrimento, invece che di inquinamento idrico, e ha progettato un processo di trattamento delle acque che utilizza gli organismi viventi e le piante per trasformarli in nutrienti sicuri e non tossici. Buckminster Fuller intuì quello che chiunque si occupi di termodinamica sa, ovvero che l’astronave Terra è alimentata da un’astronave madre, il Sole, e che per sostenere la Terra dobbiamo sfruttare l’apporto del Sole. Quando attingiamo al carbonio accumulato nel passato non solo diventiamo debitori, ma superiamo anche la capacità della Terra di assorbire i prodotti di scarto (che è esattamente quello che succede con i gas a effetto serra). Questa trilogia di concetti – dalla culla alla culla, rifiuti uguali cibo e rimanere all’interno dell’apporto del Sole – illustra i principi che dovrebbero ispirare un’industria attenta all’ambiente e all’eliminazione dell’inquinamento, dei rifiuti e delle tossine. Nulla potrebbe essere più chiaro di così. Dietro all’eliminazione dei rifiuti si trova una problematica più profonda: eliminare i rifiuti a livello sociale. Siamo l’unica specie senza una piena occupazione, che ancora una volta sfida la natura della natura. Nessun accademico ha ancora spiegato in maniera soddisfacente il senso di un sistema economico che marginalizzi gli esseri umani. Una società a rifiuti zero significa non buttare nulla, e fra queste risorse per prima cosa ci sono le persone, soprattutto i bambini. Se dobbiamo aver cura dei nostri bambini, ci dobbiamo preoccupare anche delle necessità dei loro genitori. Nel movimento, decine di migliaia di organizzazioni generano posti di lavoro dignitosi e con un giusto salario per uomini e donne poveri. Operano in villaggi, comunità e aree rurali, affrontando sfide per ogni singolo posto di lavoro creato. Nello stesso tempo, le Ong si riuniscono o si affollano per protestare contro trattati come il NAFTA (North American Free Trade Agreement – Accordo nordamericano per il libero scambio) che estrometterà dai circuiti commerciali i piccoli coltivatori del Chiapas.

La vita tende a ottimizzare piuttosto che massimizzare. Massimizzazione è sinonimo di dipendenza. “Gli esseri umani mostrano una tendenza alla dipendenza quando cercano di massimizzare valori come ricchezza, piacere, sicurezza e potere… Una quantità eccessiva di qualcosa non costituisce un bene” scrive Hoagland. Coloro che criticano il movimento affermano che esso è contrario al libero mercato, alla diffusione della ricchezza e alla sicurezza, ma questo è falso. Quello che manca in questa critica è un’analisi dei modi in cui valutiamo il concetto di sufficienza. Non è facile raggiungere una sensazione di equilibrio, capire cosa comporta una ricchezza eccessiva, un potere eccessivo, conoscere la differenza fra libertà e indisciplina, e ciò fa sorgere domande cruciali. In Lyrical and Critical Essays, Camus scrisse che la bellezza era stata scacciata dalla cultura occidentale e sostituita dal culto della ragione, che costantemente cerca di superare i limiti. “Ciononostante, i limiti esistono e lo sappiamo. Nella nostra sfrenata follia sogniamo un equilibrio che abbiamo perso e che, nella nostra semplicità, crediamo di ritrovare quando smetteremo di commettere errori; una convinzione infantile, che giustifica il fatto che persone infantili, che hanno ereditato la nostra follia, gestiscano oggi la nostra storia… Abbiamo voltato le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserabili tragedie hanno l’odore di un ufficio e il lorosangue ha il colore dell’inchiostro”.20

Anche se ci sono molte cose che vanno male, ce ne sono altrettante che vanno bene. Negli anni, l’ingegnosità di organizzazioni, ingegneri, designer, imprenditori sociali e singole persone ha creato una straordinaria panoplia di alternative. Esistono i mezzi finanziari e tecnici per affrontare e ripristinare le esigenze della biosfera e della società. Povertà, fame e malattie infantili prevenibili possono essere eliminate in una sola generazione. In 30 anni i paesi sviluppati possono ridurre dell’80% i consumi di energia, migliorando la qualità della vita, e il rimanente 20% può essere fornito da fonti rinnovabili. È possibile creare un posto di lavoro con un salario sufficiente per ogni persona che lo desideri. Le tossine e i veleni che permeano le nostre esistenze possono essere completamente eliminati grazie alla chimica verde. L’agricoltura biologica può incrementare le rese dei raccolti e ridurre l’inquinamento da petrolio nel suolo e nelle risorse idriche. Architetti e designer sono pronti per progettare città verdi, sicure e vivibili. Tecnologie dai costi limitati possono diminuire i consumi e migliorare la purezza dell’acqua, in modo tale che ogni persona al mondo abbia a disposizione acqua potabile. E allora, cosa ci impedisce di portare a termine questi progetti?

È stato detto che non riusciremo a salvare il pianeta finché fra gli esseri umani non si sarà verificato un diffuso risveglio spirituale e religioso. In altre parole, le soluzioni non funzioneranno fino a quando non guariremo le nostre anime. Quindi, la domanda che dobbiamo porci è: riconosceremmo un risveglio spirituale mondiale qualora ne sperimentassimo uno? In altre parole: e se un risveglio spirituale su scala globale fosse già in atto e noi non fossimo in grado di accorgercene?

In una sua opera determinante, The Great Transformation, Karen Armstrong illustra in modo dettagliato le origini della nostre tradizioni religiose durante quella che lei chiama l’“Era assiale”, un periodo di settecento anni, dal 900 al 200 a.C., durante il quale la maggior parte del mondo voltò le spalle a violenza, crudeltà e barbarie. La filosofia, le idee e le strutture di pensiero di quell’epoca sono giunte fino a noi tramite le opere di Socrate, Platone, Lao zi Confucio, Menciù, Buddha, Geremia, Rabbi Hillel e altri. Invece di fondare religioni istituzionalizzate e dottrinali, questi maestri diedero vita a movimenti sociali che affrontavano le sofferenze umane. In seguito, questi movimenti furono chiamati buddhismo, induismo, confucianesimo, ebraismo monoteistico, democrazia e razionalismo filosofico. La seconda fioritura dell’Era assiale portò alla nascita di cristianesimo, islamismo ed ebraismo rabbinico. Il libro di Karen Armstrong dimostra che durante l’Era assiale le prime espressioni di religiosità non si estrinsecavano in sistemi teocratici che esigevano fede, ma in pratiche educative che richiedevano l’azione. I catechismi e i rituali sclerotizzati, che oggi chiamiamo religione, non trovavano posto negli insegnamenti di questi saggi, profeti e mistici. Il loro obiettivo era promuovere una società sensibile e l’interrogativo relativo all’esistenza di un dio onnipotente risultava irrilevante per vivere una vita eticamente giusta. Questi maestri chiedevano ai loro seguaci di porsi delle domande, discutere e, contrariamente alla religione moderna, di non accettare nulla per fede. Non facevano proseliti, non vendevano, non chiedevano alle persone di avere successo, non le incitavano declamando sermoni e non arringavano i peccatori. Spingevano i loro seguaci a cambiare il loro comportamento nel mondo. Tutto si basava su un principio comune, la Regola d’oro: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso.21

I saggi dell’Era assiale non erano interessati a fornire ai loro discepoli una piccola, edificante elevazione, dopo la quale sarebbero tornati, con rinnovato fervore, alle loro normali vite egocentriche. Il loro obiettivo era creare un tipo di essere umano completamente diverso. Tutti i saggi predicavano una spiritualità fatta di empatia e compassione; insistevano sul fatto che le persone dovevano abbandonare il loro egocentrismo e la loro avidità, la loro violenza e la loro cattiveria. Non solo era sbagliato uccidere un altro essere umano; non ci si doveva nemmeno esprimere con parole ostili o con gesti d’ira. Inoltre, quasi tutti i saggi dell’Era assiale avevano compreso che la benevolenza non poteva essere circoscritta alla propria gente, ma che la si doveva in qualche modo estendere al mondo intero… Se le persone si fossero comportate con generosità e gentilezza con il loro prossimo, avrebbero potuto salvare il mondo.22

Nell’Era assiale nessuno avrebbe mai immaginato di vivere in un’epoca di risveglio spirituale. Erano tempi difficili, pieni di tradimenti, incomprensioni e invidie meschine. Eppure, la filosofia e la spiritualità di questi secoli costituirono un movimento, riconoscibile solo a posteriori. Proprio come oggi, i saggi dell’Era assiale vivevano in tempo di guerra. Il loro scopo era comprendere la causa della violenza, non combatterla. Tutte le strade portano all’io, alla psiche, al pensiero e alla mente. Le pratiche spirituali che si svilupparono erano diverse, ma tutte si concentravano sul focalizzare e guidare la mente per mezzo di insegnamenti semplici e pratiche quotidiane, la cui ripetizione costante avrebbe gradualmente e realmente cambiato l’animo. L’equità, la gentilezza e la compassione, non l’illuminazione, rappresentavano la meta ultima.

Tali insegnamenti erano, nel mondo antico, la fonte originale dell’amore per il prossimo; nel mondo moderno, costituiscono le fondamenta reali delle Ong, del volontariato, degli enti morali, delle fondazioni e dell’amore basato sulla fede. Credo che il movimento contemporaneo stia inconsciamente ricambiando il favore all’Era assiale e che, globalmente, stia ponendo le basi per un risveglio. Tuttavia, si tratta di un risveglio molto diverso, in quanto comprende conoscenze sofisticate di biologia, ecologia, fisiologia, fisica quantistica e cosmologia. Guarda alla donna come a un essere sacro e inviolabile e riconosce la saggezza delle popolazioni native di tutto il mondo, dall’Africa al Nunavut, due realtà che erano state per lo più ignorate durante l’Era assiale. Ho amici che contesterebbero con forza questa affermazione, sottolineando la ristrettezza di idee, la competitività e l’egoismo di certe Ong e delle persone che le guidano. Non metto in dubbio che le limitazioni umane condizionino il movimento. Le mele marce esistono. La questione è se i valori alla base del movimento stiano iniziando a permeare il mondo. E qui entra in gioco una tematica ancora più grande, quella delle intenzioni. Qual è lo scopo del movimento? Se si esaminano i suoi valori, le sue missioni, i suoi obiettivi e le sue convinzioni, e invito tutti a farlo, si vedrà che al centro di tutte le organizzazioni sono presenti, anche se non espressi, due principi: primo, la Regola d’oro che recita “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”; secondo, la sacralità di tutte le forme di vita, siano esse una farfalla, un bambino o una cultura. I profeti che adesso celebriamo, ai loro giorni furono ridicolizzati. Amos ebbe continui problemi con le autorità. Da Geremia deriva la parola “geremiade”, che significa una litania di problemi; tuttavia, come Cassandra, anche lui era nel giusto. David Suzuki è stato considerato un indovino per 40 anni. Donella Meadows profetizzò i limiti biologici della crescita e fu disprezzata dai suoi colleghi scienziati. Bill McKibben è stato irremovibile e sicuro nei suoi avvertimenti a proposito dei cambiamenti climatici. Martin Luther King venne ucciso un anno dopo aver pronunciato il suo discorso Beyond Vietnam, in cui si opponeva alla guerra in Vietnam e accusava l’esercito americano di “prendere i giovani neri rovinati dalla nostra società per mandarli a 8.000 miglia di distanza, a garantire in Asia meridionale quelle libertà che essi non trovano nella Georgia del sud e a Harlem est”.23 Jane Goodall viaggia 300 giorni all’anno in nome della Terra, parlando, insegnando, fornendo il suo supporto e spingendo altri ad agire. Wangari Maathai è stata denunciata in Parlamento, derisa pubblicamente per il divorzio da suo marito e picchiata fino a farla svenire per il suo lavoro in nome delle donne e dell’ambiente in Africa. Non importa come verranno giudicati in futuro: questi sei, assieme ad altri leader, ci danno preziosi insegnamenti e cercano, o hanno cercato, di fare fronte alle sofferenze di cui sono stati testimoni sulla Terra.

Una volta, mentre stavo andando a un appuntamento con un amico, ho assistito a un’imponente manifestazione. Decine di migliaia di persone, con moltissimi cartelli scritti a mano, sfilavano su un largo viale accompagnati da slogan e canzoni. I cartelli parlavano di politici, specie diverse, prigionieri per reati di opinione, campagne aziendali, guerre, agricoltura, risorse idriche, diritti dei lavoratori, dissidenti e altro ancora. In piedi, vicino a me, un poliziotto cercava di capire qualcosa in quella che sembrava una torre di babele politica. L’irlandese dalle spalle larghe scosse la testa e chiese: “Cosa vuole questa gente?”. Domanda retorica ma legittima.

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David James Duncan ha scritto una risposta alla lettura aggressiva che i fondamentalisti danno della cristianità che può essere estesa a tutti i fondamentalismi: i popoli del mondo non hanno bisogno di fanatici religiosi che li salvino più di quanto non abbiano bisogno dei viscidi pubblicitari del libero mercato. Per essere salvati hanno bisogno di noi, dove noi indica la folle accozzaglia di umanità fermamente decisa a resistere alle rozze offese provenienti dagli ideologi, dalle loro armi, dai libretti degli assegni e dalle loro politiche malate. Il movimento non cerca solo di prevenire i torti, ma cerca attivamente di amare questo mondo. La compassione e l’amore per gli altri costituiscono il cuore di tutte le religioni e del movimento. “Quando le piccole cose sono fatte con amore, a farle non è un essere imperfetto, come te o me, ma l’amore. Non mi fido di un partito politico di sinistra, di destra o di centro. Ho una fede sconfinata nell’amore. Nel custodire questa fede, l’unico modo responsabile, dal punto di vista spirituale, che conosco per essere un cittadino, un artista o un attivista in questo strano tempo è quello di non pensare, o pensare poco, alle ‘grandi cose’, come salvare il pianeta, ottenere la pace nel mondo o fermare l’avidità dei neoconservatori. Le ‘grandi cose’ tendono a essere irrealizzabili. Invece le ‘piccole cose’, fatte con amore, sono sempre alla nostra portata”.26 Alcuni pensano che sia definito soprattutto da ciò a cui si oppone, ma il movimento cerca prima e soprattutto di mantenere vivo il dialogo, affinché le idee che gli danno forma non si estinguano mai: crescita senza disuguaglianza, ricchezza senza saccheggio, lavoro senza sfruttamento, un futuro senza paura.27

Per rispondere alla domanda di quel poliziotto, “questa gente” sta reinventando il mondo. Curare le ferite del mondo richiede una risposta dal cuore. C’è un mondo di dolore fuori di qui e sanare il passato richiede scuse sincere, riconciliazione, riparazione e perdono. Non sarà possibile alcun futuro fino a quando non si guarderà obiettivamente al passato e non si entrerà in comunione con la nostra storia di errori. Sospetto che ognuno debba delle scuse e ad altrettante abbia diritto, ma alcune culture e popolazioni ne meritano più di altri. Il punto della questione non è il fatto di non poterci scusare con coloro che nel passato furono resi schiavi, o con le popolazioni che subirono le prime, antiche ingiustizie, perché non siamo stati noi a commettere quei crimini. Ricevendo le scuse, ascoltando le ammissioni di colpa, ammettendo la riparazione dei torti e partecipando alla riconciliazione, le popolazioni e le tribù, i cui antenati subirono tali abusi, donano nuova vita a tutte le persone nel mondo. Questi atti di coraggio spirituale e queste azioni di immaginazione morale sono le fondamenta del grande lavoro che si sta svolgendo.28

Il movimento non agisce in maniera coercitiva, ma ininterrottamente e senza paura. È impossibile rabbonirlo, sedarlo o sopprimerlo. Non possono esserci muri di Berlino, né trattati da firmare, né mattine in cui svegliarsi e scoprire che i superpoteri hanno acconsentito a ritirarsi. Questo movimento rifugge la massimizzazione di tutto ciò che non contribuisce alla vita. Continuerà ad assumere una miriade di forme, non si fermerà. Alla sua guida non vedremo mai un Marx, un Alessandro o un Kennedy.

Non esistono libri capaci di spiegarlo, persone o gruppi che possano rappresentarlo o parole per definirlo in maniera esauriente, perché il movimento costituisce il lascito, vivo e senziente, del mondo vivente. Il movimento rappresenta il risultato di diverse apostasie e, attualmente, prolifica da solo. Le prime cellule, che circa 40 milioni di secoli fa si riunirono nelle profondità dell’oceano avviando un processo metabolico in circostanze inconcepibilmente difficili, ora sono nei nostri corpi, e noi, per dirla con le parole di Mary Oliver, siamo determinati, esattamente come lo erano loro, a salvaguardare l’unica vita che possiamo salvare.29

La vita può nascere solo in una cellula e da una cellula partono tutte le malattie. Nel suo libro The Way of the Cell, Franklin Harold sottolinea come la scienza molecolare, con tutta la sua razionalità inattaccabile, ci chieda di accettare “qualcosa di veramente incredibile … che tutti gli organismi discendano … da una singola cellula ancestrale”.30 Questa vibrante particella di gelatina sensibile costituisce il cuore di ogni cosa che amiamo e ci pone in contatto diretto con ogni altra forma di vita. Questa connessione primordiale, così incomprensibile per alcuni e così chiara, sacra e inviolabile per altri, ci unisce indissolubilmente al nostro destino comune. Il primo gene ha rappresentato la parola chiave per tutte le successive forme di vita, e il termine “gene” ha lo stesso etimo delle parole “famiglia”, “gentile”, “genere”, “generoso” e “natura”. È nella nostra natura coltivare la vita, e questo movimento esprime una gentilezza che si è prodotta nel corso di 4 milioni di millenni. Credo che questo movimento prevarrà. Non intendo dire che esso sconfiggerà qualcuno, conquisterà qualcosa o arrecherà danni a qualcun altro. Esattamente l’opposto. La mia affermazione non vuole essere una profezia. Voglio dire che il modo di pensare alla base degli obiettivi del movimento alla fine diventerà predominante. Presto si diffonderà in molte istituzioni, ma, ancora prima, cambierà un numero sufficiente di persone da innescare un’inversione di tendenza rispetto a secoli di comportamenti freneticamente autodistruttivi. Alcuni dicono che sarà troppo tardi, ma le persone non cambiano finché si sentono a loro agio. Helen Keller ha lasciato perdere le lacrime di rimorso per le cattive notizie croniche quando ha affermato: “Sono contenta di vivere in un tempo così fantasticamente inquietante!”; in un tempo così, la storia rimane sospesa e, quindi, non è stata ancora scritta. Vivremo il resto della nostra vita sull’orlo di qualcosa che deve ancora avvenire. La mia speranza riguardo alla resilienza della natura umana si scontra con la gravità delle condizioni sociali e ambientali in cui ci troviamo. Tuttavia, se sprechiamo la nostra attenzione su quello che va male, non ce la faremo: nel caos in cui il mondo è invischiato è insito un futuro pieno di speranza, perché il passato sta crollando davanti a noi. Se fate fatica a crederci, considerate di quante cose ha bisogno l’inverno per creare una sola primavera. Non è troppo tardi perché le maggiori istituzioni e aziende del mondo si uniscano per salvare la Terra, ma la collaborazione deve avvenire nei termini del pianeta. I cartelli con su scritto “cercasi aiuto” sono dovunque. Tutte le persone e le istituzioni, fra cui commercio, governi, scuole, chiese e città, devono imparare dalla vita e reinventare il mondo dal basso verso l’alto, sulla base dei primi principi della giustizia e dell’ecologia.

Il ripristino ecologico è straordinariamente semplice: basta eliminare quello che impedisce al sistema di guarirsi da solo. Il ripristino sociale funziona nello stesso modo. Possediamo cuore, conoscenze, denaro e sensibilità sufficienti per ottimizzare il nostro tessuto sociale ed ecologico. È tempo di abbandonare tutto ciò che è pericoloso. Milioni di cavalieri sono qui per riparare agli incubi dell’impero e alle disgrazie che le guerre hanno inflitto a persone e luoghi. Siamo coloro che peccano e coloro che perdonano. “Noi” significa tutti, ognuno di noi. Non può esistere un movimento verde senza un movimento nero, uno marrone e uno color rame. Il pericolo maggiore si trova dentro di noi, e si tratta delle ferite accumulate nel passato, il rimorso, la vergogna, l’inganno e l’odio condivisi da ogni cultura e trasmessi da ogni persona, esattamente come il DNA, in una storia di violenza e avidità. È indubbio che il movimento ambientalista risulti fondamentale per la nostra sopravvivenza. La nostra casa sta letteralmente bruciando ed è logico che gli ambientalisti si aspettino che il movimento per la giustizia sociale si unisca a loro. L’unico modo in cui riusciremo a spegnere l’incendio è unirci al movimento per la giustizia sociale e curare le nostre ferite, perché, alla fine, esiste un solo movimento. Forti di questa crescente consapevolezza, possiamo affrontare i pericoli. La nostra guida sarà un’intelligenza che ogni secondo crea miracoli, e che vive grazie a un movimento senza nome.

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June 20, 2009 - 1:47 AM Nessun Commento

Cap 7.1 – WTO. La globalizzazione e gli eventi di Seattle. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 7 "Fermiamo questo impero"; pag 161,  162, 163 (33 righe), 166 (25 righe), 167, 168, 169 (3 righe)]

Il moderno conservatore … è impegnato in uno dei più antichi esercizi di filosofia
morale dell’essere umano: cercare una superiore giustificazione morale all’egoismo
.
John Kenneth Galbraith1

La Terra non sta morendo, viene uccisa.
E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un cognome.

U. Utah Phillips2

Il 30 novembre 1999 fu il giorno più lungo nella storia di Seattle, il giorno in cui centinaia di piccole organizzazioni di cittadini si riunirono per opporsi alle politiche sempre più antidemocratiche imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Tra le 40.000 e le 60.000 persone e più di settecento gruppi presero parte alla protesta contro la terza Conferenza dei ministri del WTO a Seattle, dando vita a una delle dimostrazioni più dirompenti della storia moderna e, a quel tempo, alla più importante espressione di un movimento civile globale, che contestava quello che i partecipanti alla manifestazione vedevano come un accordo commerciale formulato dalle aziende. I dimostranti e gli attivisti che parteciparono all’evento non si opponevano al commercio in sé, ma chiedevano prove del fatto che il commercio, o almeno la visione che di esso aveva il WTO, portasse benefici ai poveri, ai lavoratori e all’ambiente nei loro paesi e in quelli in via di sviluppo. Il mondo sta ancora aspettando queste prove, che non potranno mai essere fornite perché non esistono; per questo motivo i dimostranti si recarono a Seattle, per richiamare il WTO alle proprie responsabilità. La loro frustrazione era accresciuta dalla disparità di forze, sbilanciate a favore di una parte che comprendeva dirigenti aziendali, associazioni commerciali, ministri di governo, molti mezzi d’informazione, azionisti e il WTO stesso.

Dal punto di vista dei partecipanti alla protesta, il WTO stava dando gli ultimi ritocchi a una manovra finanziaria che avrebbe trasferito ricchezza a una piccola parte delle popolazioni dei paesi ricchi, spacciandola per una liberalizzazione degli scambi commerciali. I presupposti alla base del fondamentalismo commerciale sono così pervasivi che hanno iniziato a essere confusi con i fatti. Presso il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e il WTO lavorano molti macroeconomisti convinti che non esistano realtà come la disoccupazione involontaria, perché nei loro modelli la domanda eguaglia sempre l’offerta.

Per questi depositari della verità, i mercati costituiscono dei meccanismi perfettamente calibrati, che funzionano sempre; di conseguenza, aberrazioni economiche come disoccupazione, povertà o malnutrizione devono essere causate da fattori esterni. Secondo questa teoria, i mercati bilanciano domanda e offerta, e quindi una eventuale mancanza di equilibrio è causata da regole o restrizioni. In base a questa logica, sono i sindacati e i salari alti a determinare la disoccupazione, mentre la povertà è il risultato di alte tasse imposte a persone che povere non sono.3 In questo mondo alla rovescia, l’idealismo nuoce alla società e l’avidità porta benefici ai bisognosi.

Quelli che contestano l’inevitabilità di imprese multinazionali per soddisfare la maggior parte delle nostre esigenze materiali e lavorative sono considerati fuori moda e nostalgici. Tuttavia, come sa bene anche il più accanito difensore del libero mercato, il cronista del New York Times Thomas Friedman, “la mano invisibile del mercato non funzionerebbe mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non avrebbe avuto successo senza McDonnell Douglas. Il pugno nascosto che mantiene sicuro il mondo, permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare, si chiama esercito, aeronautica, marina e corpo dei Marine degli Stati Uniti”.4

Naturalmente, la globalizzazione possiede alcuni effetti potenzialmente positivi, fra cui la scomparsa dei confini politici che causano esclusioni tra gli individui, un aumento della trasparenza delle azioni dei politici, la comunicazione fra le persone di tutto il mondo e, in generale, molte nuove opportunità d’impiego, di istruzione e di guadagno. Eppure, tali benefici nascondono degli svantaggi: sfruttamento di risorse e lavoratori, cambiamenti climatici, inquinamento, distruzione delle comunità e diminuzione della diversità biologica. Il sistema commerciale globalizzato ha perso la resilienza economica, ovvero la capacità delle economie regionali di resistere a cicli di rapida crescita e di recessione. Inoltre, anche la sicurezza economica è scomparsa. Quando le comunità dipendono quasi interamente da fonti di produzione lontane migliaia di chilometri, se non addirittura continenti interi, esse diventano città fantasma delimitate da fastfood e giganteschi hard discount.

Inoltre, un’attenzione eccessiva per la creazione di benessere nasconde la creazione di povertà. Fra tutti i paesi, gli Stati Uniti sono quelli che più appoggiano la liberalizzazione degli scambi commerciali come mezzo per migliorare il benessere sociale di un paese, politica nota come il “Washington Consensus”. Il lato ironico dell’eccessiva enfasi americana sull’ideologia del libero mercato consiste nel fatto che essa è miseramente fallita proprio nel paese che l’ha sostenuta più ardentemente. Gli Stati Uniti possiedono il peggior stato sociale di tutti i paesi sviluppati del mondo, peggiore anche di quello di molti paesi in via di sviluppo. In base a quasi tutti i parametri del benessere, gli Stati Uniti si trovano agli ultimi posti: sono primi per numero di persone in carcere (726 carcerati ogni 100.000abitanti, contro i 91 della Francia e i 58 del Giappone);5 primi per numero di adolescenti incinte, per uso di droghe, per numero di bambini che soffrono la fame, per povertà, analfabetismo, obesità, diabete, uso di antidepressivi, disparità di reddito, violenza, decessi per armi da fuoco, spese militari, produzione di rifiuti pericolosi, denunce di stupri e per la scarsa qualità del sistema scolastico (gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo, oltre all’Iraq, in cui le scuole sono dotate di metal detector). Possiedono il più alto deficit commerciale in proporzione al reddito nazionale e, dal 1984 a oggi, le imprese hanno licenziato oltre 30 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali sono stati relegati a svolgere lavori sottopagati. Quando un sistema commerciale uniforme travolge il mondo, i rialzi monetari vengono chiamati PIL, ma le perdite subite, anche nell’Occidente industrializzato e in quantità minore nel Terzo Mondo, non vengono conteggiate, come se una persona registrasse le vendite ma ignorasse i furti nel magazzino sul retro.

La teoria sottesa alla liberalizzazione degli scambi commerciali è ingannevole e, come tale, indiscutibile: se i paesi poveri possedessero più denaro e libertà, ognuno dovrebbe trarne beneficio e l’aumentato flusso di merci dovrebbe migliorare la vita di tutti. A coloro che criticano i salari bassi e le pessime condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo, i difensori del libero mercato rispondono che la libertà e la prosperità richiedono tempo e sacrifici; ma il tempo e i sacrifici di chi? I critici vedono un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere, non una diffusione della libertà. Le duecento imprese più grandi possiedono il doppio dei beni dell’80% della popolazione mondiale e questo patrimonio cresce cinque volte più velocemente del reddito della maggior parte del pianeta. La ricchezza sale dal basso verso l’alto, dai poveri ai ricchi.

[omissis]


Il WTO cerca di proteggere gli affari e la crescita, non le persone e l’ambiente, sulla base dell’ipotesi che più un paese diventerà ricco, più sarà in grado di difendere i suoi abitanti e il suo ambiente.
Non è così. A Seattle, le persone più eloquenti e rumorose non protestavano contro la globalizzazione in sé, ma contro ciò che, attualmente (e, pensano, inevitabilmente), essa implica, ovvero il controllo da parte delle imprese dei beni comuni, che comprendono il genoma umano, le sementi, l’acqua, il cibo, le onde radio, i mezzi d’informazione e molti altri. In senso lato, i beni comuni includono cultura, luogo, autodeterminazione e democrazia. Le proteste di Seattle esprimevano l’esigenza delle persone di veder riconosciuta la loro posizione e di aver voce in capitolo all’interno delle comunità e delle fabbriche. Queste persone non formavano un movimento antiglobalizzazione, piuttosto cercavano di dare vita a una “globalizzazione dal basso”. Le imprese di proprietà pubblica diffondono una menzogna non detta: che il capitale abbia diritto di crescere e che tale diritto sia più importante dei diritti delle persone, delle comunità e delle culture. Tuttavia, le imprese altro non sono che una nostra emanazione: azionisti, fondi pensione, sovvenzioni e fiduciari esigono il massimo rendimento. I contestatori di Seattle sostenevano che il mondo non riuscirà a garantire sostenibilità ed equità se le politiche commerciali e aziendali continueranno a distruggere le economie locali. Il cambiamento delle economie mondiali ha fornito i mezzi per esprimere il disaccordo, ma il dibattito è reso impossibile dallo sbilanciamento dei poteri. La maggior parte delle economie e dei governi del mondo è controllata delle imprese, che sembrano stringere sempre di più la loro presa; al contempo, lo stesso mondo appare sempre più fuori controllo. Il fatto che il pianeta sia regolato delle multinazionali significa la perdita della diversità economica e culturale. Lo storico Arnold Toynbee ammoniva che la civilizzazione è un processo e non una condizione, e che la crescita dell’uniformità segna in maniera consistente il suo declino.


Molti racconti sulle dimostrazioni di Seattle parlano di “sommosse”, anche se il 99,9% dei dimostranti era non violento.
Una persona intraprende il cammino della resistenza non violenta quando non esiste una via di dialogo. Questa filosofia si chiama satyagraha. È una scelta deliberata e spesso l’ultima possibile, e chiunque abbia mai marciato verso poliziotti armati, cani ringhiosi o militari armati sa quanto sia terrificante affrontare queste minacce con le mani alzate. Essere colpiti da un altro essere umano senza opporre resistenza è in conflitto con l’istinto di sopravvivenza e attiva le ghiandole surrenali. Proteggersi senza rispondere, vedere chi ti colpisce come un amico, invece che come un nemico, è una sfida estremamente impegnativa. Questo tipo di risposta non è passivo, né debole. Gandhi affermò di essere riuscito ad apprezzare la non violenza solo dopo essersi liberato della viltà. A Seattle non ci fu una sommossa. Durante una sommossa, le persone rispondono combattendo. Nel pomeriggio e nel corso della nottata, il centro di Seattle si trasformò in uno scenario surreale. Marciatori improvvisati imitavano i suonatori militari di pifferi e tamburi della Rivoluzione americana utilizzando, come strumenti, barili da 20 litri vuoti. Alcuni dimostranti ballavano su cassonetti dell’immondizia incendiati dalle granate lacrimogene (le stesse impiegate a Waco, Texas, contro i Branch Davidian). Malgrado il loro numero diminuisse rapidamente, 1.500 dimostranti mantennero il loro posto, rimanendo seduti davanti alla polizia, le mani alzate in segno di pace, sopportando gas lacrimogeni, spray al pepe e sfollagenti. Non appena qualcuno si ritirava per essere medicato, un altro manifestante lo sostituiva. A un certo punto del pomeriggio, le corrispondenze dei giornalisti dal meeting del WTO cessarono, in quanto tutta l’attenzione dei mezzi d’informazione si concentrò su quello che stava avvenendo per strada.

Per le nove di sera, l’ordine della polizia di sgomberare il centro di Seattle era stato eseguito, ma alcuni poliziotti, forse reclute fresche provenienti da qualche città remota, non vollero fermarsi. Diedero la caccia ai dimostranti nelle aree vicine, dove era difficile distinguere i primi dai cittadini (la maggior parte dei manifestanti era infatti di Seattle) e iniziarono ad attaccare passanti, residenti e pendolari. Spararono lacrimogeni contro gli autobus. Tirarono fuori dalla sua auto un membro del Consiglio municipale di Seattle e cercarono di arrestarlo. Quando, all’una e trenta della notte di mercoledì, il presidente Bill Clinton si diresse a tutta velocità dall’aeroporto all’Hotel Westin, il corteo di auto attraversò una città le cui finestre erano state coperte con assi di legno, mentre le strade erano presidiate dalla polizia e sorvolate dagli elicotteri. Michael Meacher, ministro dell’ambiente del Regno Unito, in seguito affermò: “Ciò che non avevamo previsto era il dipartimento di polizia di Seattle, che da solo riuscì a trasformare una protesta pacifica in una sommossa”.


Il giorno prima degli incontri dei ministri, Madeleine Bunting pubblicò un servizio sul Guardian Weekly: “Dal meeting WTO a Seattle questa settimana aspettatevi racconti di anarchici dai capelli colorati, con piercing e tatuaggi. Sentiremo parlare dell’ala ribelle dell’ambientalismo e dell’anarchia, infiltrata tra i 150.000 dimostranti, contro cui si stanno preparando la polizia di Seattle e l’FBI … Un modo colorito per raccontare un summit commerciale noioso e difficile, ma anche una grossolana distorsione di un evento cruciale. I dimostranti di Seattle non possono essere liquidati come svitati; sarebbe poi difficile definire come estremisti WWF, Oxfam, Royal Society for the Protection of Birds o molti degli altri 1.200 gruppi di ambientalisti, di sviluppo e dei diritti umani, che hanno firmato una petizione al WTO prima di questo meeting. Ciò che risulta davvero deprimente è che questa distorsione è al servizio di un solo interesse. Questa settimana, l’astuto amministratore delegato di una multinazionale dovrà sopportare un po’ di gas lacrimogeno prima del suo pranzo a base di aragosta. Sarà per lui l’opportunità perfetta per liquidare come fanatici tutti coloro che lo criticano …”.8

La premonizione di Madeleine Bunting si rivelò esatta: l’azione inaspettata riscosse vasta eco in tutto il mondo e fu descritta come una minaccia per lo stesso stato/nazione. Una schiera di giornalisti stupiti si mise al lavoro, espresse indignazione e puntò il dito contro gli arroganti e viziati ragazzini bianchi. Thomas Friedman, nel suo articolo del 1° dicembre, scrisse che i dimostranti erano “un’arca di Noè di sostenitori della teoria della Terra piatta, sindacati protezionisti e yuppy che cercano il loro evento in stile anni Sessanta”. In realtà, i dimostranti erano sì anarchici, ma organizzati, educati e determinati. La maggior parte di loro erano attivisti dei diritti umani, del lavoro, suore, rappresentanti delle popolazioni indigene, credenti, operai siderurgici e agricoltori. Erano attivisti per le foreste, ambientalisti, operatori per la giustizia sociale, studenti e insegnanti. Erano cittadini.

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June 14, 2009 - 1:20 PM Nessun Commento

2.4 – Condivisione delle informazioni. Rilocalizzazione. Diritto alle decisioni. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 53 (21 righe), pag 54 (16 righe)]

Anche se molti progressisti guardano alle idee di Friedrich Hayek, eminenza grigia dell’economia di libero mercato, come a un’eresia, l’economista vincitore del premio Nobel è stato uno dei primi a riconoscere la natura frammentaria della cultura e l’efficacia della localizzazione e della condivisione delle conoscenze personali. Dato che il sapere di una persona può costituire solo un frammento della totalità dello scibile, la saggezza può essere raggiunta solo quando le persone mettono in comune ciò che hanno appreso. Hayek riconobbe che le istituzioni sociali per sopravvivere dovevano evolversi (ora diremmo “coevolversi”) per affrontare i problemi che avevano davanti, piuttosto che riflettere sulle teorie che avevano in mente. Durante la Seconda guerra mondiale, alcuni operavano una distinzione morale fra nazisti tedeschi e comunisti russi, ma Hayek guardava a entrambi come esempi identici di regimi totalitari. Il suo timore del totalitarismo è applicabile alle grandi istituzioni multinazionali odierne – multinazionali, WTO, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI), per nominarne solo alcuni –, in quanto esse pongono sviluppo economico ed esigenze umane sullo stesso piano. informazione a opera delle aziende che recitano il mantra del libero mercato Anche se Hayek non aveva pronosticato un regime totalitario supportato dalle imprese e alimentato dal fanatismo religioso o il controllo dei mezzi di, aveva previsto un rimedio per la manifestazione basilare dell’impulso totalitaristico: garantire l’unione fra informazione e diritto di prendere decisioni. Per ottenere ciò, è possibile sia spostare le informazioni ai responsabili delle decisioni, sia spostare le decisioni, rendendo l’informazione un diritto. Il movimento lotta per realizzare entrambe le modalità.18


Le problematiche della Terra riguardano ogni essere umano; insieme, la moderna tecnologia e il movimento possono distribuire gli strumenti per risolvere tali questioni.19 La storia del mondo parla in maniera diversa a persone diverse. Data la sterminata quantità di documenti, eventi e ricordi, un singolo individuo non è in grado di conoscere tutta la storia mondiale, nemmeno se potesse vivere molte vite. Al contrario, noi rimaniamo confinati all’interno di schemi elaborati dagli storici per modellare il passato e creare narrazioni coerenti.

Questi occhiali potrebbero dominare anche i nostri tentativi futuri di comprendere il passato: giustizia sociale e rapporto fra umanità e ambiente.20 Entrambi i temi comprendono il concetto di sfruttamento ed entrambi esprimono la storia di esseri umani che tentano di liberarsi dagli abusi.

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June 10, 2009 - 12:52 AM Nessun Commento

2.3 – Ideologie e religioni. Controllo e divisioni. Unità e diversità. 1 Commento

[Capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 46 (9 righe), 47, 48, 49, 50, 51 (21 righe), 52, 53 (3 righe)]

Un’altra ragione che spiega la difficoltà di identificare il movimento consiste nel fatto che esso non costituisce l’elaborazione di una particolare ideologia. Per la prima volta nella storia, un grande movimento sociale non è tenuto insieme da un “ismo. Ciò che lo unisce sono le idee, non le ideologie. C’è una grande differenza fra le due: le idee fanno domande e liberano; le ideologie giustificano e comandano.11 In generale, un’ideologia nasce da un insieme di convinzioni elaborate da una persona. Tali convinzioni diventano un “ismo” quando adepti, seguaci e factotum creano un’organizzazione per controllare e diffondere ciò che a questo punto è diventato un intreccio di realtà e di fede.

A mano a mano che crescono, i movimenti ideologici si dividono e si suddividono. Nel mondo cristiano, per esempio, dapprima vi furono gli gnostici, gli ebrei cristiani e i cristiani paolini. Nell’XI secolo, le chiese ortodosse orientali si divisero dalla chiesa cattolica sull’argomento della supremazia del papa. Nel 1517, Martin Lutero affisse le sue 95 Tesi sulla porta della chiesa dell’università di Wittenberg, e il suo gesto segnò l’inizio del movimento della Riforma e la nascita delle confessioni protestanti, che presto inclusero mennoniti, luterani, battisti, anabattisti, zwinglianisti, puritani, presbiteriani, anglicani e calvinisti. Nel 1618, poco più di cent’anni dopo la protesta di Lutero, ebbe inizio la Guerra dei trent’anni, un conflitto fra cattolici e protestanti che portò alla morte di cinque milioni di tedeschi, un terzo della popolazione, molti dei quali contadini. Attualmente, negli Stati Uniti esistono più di mille confessioni cristiane. Altri significativi esempi di settarismo esistono tra i musulmani sciiti e sunniti, che spesso sono violentemente divisi. Fra i suoi ranghi, il marxismo annovera i leninisti, i trotzkisti, gli stalinisti, i krusceviti e i maoisti.

Nel XIX secolo sono nate grandi ideologie, che hanno dominato le nostre convinzioni su cosa è vero, cosa falso e persino su cosa è possibile nel XX secolo. I leader hanno utilizzato le più disparate ideologie – comunismo, capitalismo, populismo, materialismo, fondamentalismo, imperialismo, colonialismo e socialismo – per sostenere i loro regimi, reclutare i loro eserciti e difendere le loro politiche. Le tre più grandi, capitalismo, socialismo e comunismo, hanno lottato, durante il XX secolo, per il controllo delle nostre menti, dei territori e delle risorse e ora sono state sostituite da terrorismo e fondamentalismo economico e religioso.12

Dato che siamo stati educati a credere che la salvezza si trovi nelle dottrine di un singolo sistema, risultiamo degli ingenui che si lasciano facilmente influenzare da ipocrisie e falsità. Le ideologie sfruttano queste debolezze e le trasformano in fedeltà cieca invece di favorire l’evoluzione naturale e il fiorire di idee nuove e differenti tra loro.

Ecologi e biologi sanno che un sistema diventa stabile e sano proprio grazie alla diversità e non all’uniformità. Il punto di vista degli ideologi è esattamente l’opposto.

La fine del XX secolo ha visto il crollo delle grandi ideologie; quel vuoto viene ora riempito da varie forme di populismo, che invocano la Bibbia, Allah, Ram, il nazionalismo o il libero mercato per legittimarsi. Neoconservatori, integralisti islamici, Christian right e fondamentalisti economici condividono la capacità di fornire alle persone dei surrogati delle ideologie che sono venute a mancare.13

Tali gruppi agiscono aggressivamente a nome nostro perché, affermano, sanno cosa è meglio per noi. Gli integralisti islamici vedono chi si oppone alla loro visione teocratica come un infedele, che è legittimo uccidere. I membri della Christian right considerano i non cristiani come bisognosi di essere salvati, bisognosi di quella redenzione che solo le leggi di Dio possono portare e che solo loro comprendono a fondo. I neoconservatori credono che il potere non possa essere affidato ai cittadini normali e che un piccolo gruppo di individui superiori dovrebbe guidare la maggioranza inferiore, utilizzando la religione e la perenne minaccia della guerra per creare un villaggio Potëmkin di populismo. I sostenitori della globalizzazione guidata dalle imprese vogliono imporre le loro regole e i loro precetti, basati sulle leggi di mercato, all’intero pianeta, senza tener conto della diversità di luoghi, storie e culture, nella convinzione che lo sviluppo economico sia un bene essenziale, possibilmente minimizzando o eliminando eventuali interferenze governative.


Questi gruppi hanno in comune un’avversione di base per la democrazia e cercano il proprio vantaggio, non il consenso generale. Così come la religione crea Dio a sua propria immagine, gli pseudo populisti intendonocreare un mondo che rispecchi le loro immaginazioni ristrette.

In “Saggi impopolari”, Bertrand Russel ha scritto: “L’uomo è un animale credulone e deve credere in qualcosa. In assenza di buone basi per le sue convinzioni, si accontenterà di basi cattive”. Ogni tipo di pseudo populismo nasce per salvare i suoi adepti dall’assenza di una struttura morale o sociale, il che significa che ci si aspetta che noi, anche se non riusciamo a comprenderlo a pieno, riponiamo in lui la nostra totale fiducia. Anche se queste organizzazioni pseudo populiste sono relativamente piccole, esse operano al fine di influenzare governi, suscitare terrore e controllare larghe somme di capitali. Nessuna di esse riscuote un ampio seguito, ma il sostegno, anche se piccolo, è estremamente intenso. In un contesto globale, tutte queste organizzazioni si trovano ai vertici più ristretti e tutte muovono le leve chiave del potere.

La civilizzazione globale è messa a rischio da tutti questi “ismi”. Nei prossimi secoli mancherà una stabilità climatica, la povertà aumenterà, gli stock ittici crolleranno, le metropoli pulluleranno di rifugiati dalle campagne, le falde freatiche diminuiranno e fame e malnutrizione cresceranno, anche nei paesi più ricchi del mondo. Il XX secolo ha visto il più alto tasso di distruzione ambientale della storia. È stato anche quello più crudele, duro e sanguinario: ottanta milioni di persone sono state massacrate dall’inizio del secolo fino alla Seconda guerra mondiale; da allora, più di 23 milioni di persone (per la maggior parte civili) sono stati uccisi inoltre 149 conflitti.14

Ricerche interminabili speculano sulla guerra, mentre al mantenimento della pace viene dedicato veramente poco. Studiamo diverse forme di avidità, fra cui raffinate scienze economiche, ma raramente ci occupiamo di armonizzare i bisogni dell’umanità. Per ogni dollaro destinato alle forze di pace dell’ONU, le nazioni membro spendono 2.000 dollari per la guerra. Quattro dei cinque membri del Consiglio disicurezza delle Nazioni Unite, che ha potere di veto su tutte le risoluzioni dell’ONU, sono fra i più grandi commercianti di armi al mondo: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Russia.15


In contrasto con le lotte ideologiche, che attualmente dominano gli eventi globali e le singole identità, è sorto un ampio movimento non ideologico, che non fa appello alle fantasiose volontà delle masse, ma persegue invece le esigenze localizzate dei cittadini. Il contributo chiave di questo movimento consiste nel rifiuto di un’unica grande idea, che viene invece sostituita dall’offerta di centinaia di idee pratiche e utili.

Invece di “ismi”, offre processi, coinvolgimento e compassione. Il movimento mostra un lato dell’umanità tenero, forte e generoso. Non tende all’utopia, che di per sé costituisce solo un altro “ismo”, ma è prevalentemente pragmatico.

Soprattutto, questo movimento sfugge a qualsiasi definizione. Le generalizzazioni che cercano di definirlo risultano estremamente imprecise. Comprensibilmente, il movimento si oppone alle tipologie convenzionali. I suoi esponenti liberali sono spesso rigorosi, e quelli conservatori propongono sovente soluzioni radicali. Il movimento sorpassa confini politici antichi e invalicabili. L’idea di utilizzare fonti rinnovabili per ottenere l’indipendenza energetica locale è radicale, conservativa, ecologica, valida economicamente a lungo termine o socialmente equa?

Se esiste un sogno comune a tutto il movimento, malgrado la sua diversità, è quello di un processo: in una parola, la democrazia, ma non quella praticata e corrotta dalle multinazionali e dagli stati moderni. Consiste piuttosto nel reimmaginare un governo pubblico che venga dai singoli luoghi, dalle singole culture e dalle singole persone. Ciò che lega le varie componenti del movi mento è un modus operandiche potrebbe essere chiamato “autonomia della diversità”. Gruppi con visioni diverse e obiettivi distinti cooperano sulle tematiche principali, senza essere subordinati a un altro gruppo. Tuttavia, proprio questa grande diversità, che rappresenta il punto nodale della forza e del successo del movimento, lo rende anche estremamente vulnerabile.


La diversità, benché spesso sinonimo di adattabilità, può ostacolare unità, cooperazione ed efficacia. Sono inevitabili la competizione per posizione e territorio, con conseguente mancanza di collaborazione, soprattutto quando le organizzazioni sono obbligate a contendersi risorse scarse.

Quando piccoli gruppi si accostano al mondo delle giuste cause si sentono “salvatori dell’umanità” e nasce il narcisismo; inoltre, poiché queste organizzazioni sono guidate e gestite da esseri umani, si verificano pettegolezzi, sgarbi e maldicenze. All’interno del movimento si trovano presuntuosi, immaturi e tradizionalisti.

[omissis]

Un movimento diviso da lotte intestine non è in grado di rispondere adeguatamente a problematiche sempre più grandi. Ciò diventa particolarmente evidente nel campo dei cambiamenti climatici. Da una parte l’attuazione pratica di una riduzione energetica diretta deve avvenire su scala locale. Dall’altra, i maggiori cambiamenti e le iniziative politiche, che devono essere intrapresi a livello nazionale e internazionale in materia di trasporti pubblici, finanziamenti alle compagnie petrolifere ed energie rinnovabili, vengono ostacolati dalla corruzione dei politici e da interessi particolari; in tutto ciò, le organizzazioni non riescono a fare fronte unico per opporsi allo strapotere delle multinazionali e delle lobby che operano per mantenere inalterato questo stato delle cose.


Un altro aspetto della diversificazione, che potrebbe rivelarsi negativo, consiste nella grande quantità di cause abbracciate dal movimento, che per questo viene incompreso e ridicolizzato.
Come nella parabola dei ciechi e dell’elefante, è impossibile comprendere a fondo la totalità di un movimento che non riesce a dare un’immagine unica di sé. Descrivendo solo quello che vedono, i mezzi d’informazione usano etichette come ambientalisti, piccoli agricoltori, madri, gruppi tematici, agitatori, contestatori, minoranze, giovani idealisti, “quelli della Prius”, contadini, popolazioni indigene, verdi, accademici, attivisti, nostalgici hippy, liberali e bambini. Quando i mezzi d’informazione cominciarono a occuparsi del movimento per il suffragio delle donne, Elizabeth Cady Stanton scrisse: “Tutti i giornalisti, dal Maine al Texas, sembrano contendersi il primato di chi riesce a rendere il nostro movimento più ridicolo”.16

Da allora non è cambiato nulla, ma anche se gli stereotipi fossero veri, non sarebbero comunque completi. Si perdono infatti di vista i valori e le idee che rendono il movimento attivo e sempre più vasto.

I politici e i mezzi d’informazione valutano la forza in base alla capacità d’intaccare la determinazione delle persone, e non dalla vastità di interessi od obiettivi. L’NRA (n.d.r. National Rifle Association, associazione statunitense che tutela i possessori di armi da fuoco) è potente, ma ciò non significa che le persone che lottano contro la tratta degli esseri umani a Burma, la sparizione delle tartarughe marine, la desertificazione e i cambiamenti climatici debbano essere qualificate come inconcludenti.

Se un movimento non difende un obiettivo specifico, spesso viene liquidato come inutile e senza importanza. Chi collega tematiche come inceneritori, sfruttamento dei lavoratori, perturbatori endocrini, inquinamento idrico e distruzione delle cime delle montagne viene accusato di “mettere troppa carne al fuoco”. In realtà, ciò significa “pensare come una montagna”, come suggerisce Aldo Leopold, ovvero percepire la ricca complessità di un sistema e le interconnessioni fra i problemi sociali e ambientali all’interno del sistema stesso. Analizzando in termini sistemici le sfide che stiamo ponendo alla Terra, diventa evidente il valore di permacoltura, microcredito, tasse ambientali, impronta ecologica e commercio equo e solidale.


Di contro, una visione ridotta dei problemi fa sì che le stesse strategie e soluzioni vengano scartate come idealistiche o poco praticabili. Creare organismi geneticamente modificati per combattere la fame, costruire reattori nucleari PBMR per contrastare il riscaldamento globale o dichiarare guerre per instaurare la democrazia sono tutte forme di pensiero che affrontano le odierne problematiche senza risalire alla fonte del problema. In informatica, questi rimedi sono chiamati kludge, espedienti dalla durata limitata usati per riparare difetti, che non risolvono i problemi a monte, ma rimediano agli effetti indesiderati, creando un insieme finale malfunzionante.17

Per affrontare le questioni che affliggono il mondo sarà necessario mettere insieme intelligenza sociale e scienze naturali, due qualità che la politica tradizionale non possiede.


La speranza ancora inespressa di questo movimento è quella di creare una rete di organizzazioni che cercano di risolvere quelle problematiche che attualmente appaiono insolubili: povertà, cambiamenti climatici globali, terrorismo, degrado ecologico, polarizzazione dei redditi, perdita delle culture e molti altri ancora. Il mondo sembra cercare la soluzione con la “S”maiuscola, che è anch’essa parte del problema, mentre le soluzioni più efficaci sono locali e sistemiche.

Anche se i gruppi sono autonomi, il fatto che alcune organizzazioni si uniscano per affrontare una serie di tematiche può costituire un approccio sistemico efficace. Anche se il movimento può apparire imperfetto o ambizioso in maniera ingenua, la sua struttura e le sue tecniche di comunicazione di base possono, a volte, creare una risposta sociale collettiva capace di sfidare qualsiasi istituzione del mondo.


Tuttavia, quanta forza può acquisire un movimento che mette da parte divisioni tribali, statali o nazionali sostituendole con una rete di associazioni prive di un centro? Alcuni credono che per affrontare in maniera significativa le istituzioni politiche ed economiche esistenti il movimento debba coagularsi per offrire un’alternativa perseguibile. Molti altri argomenterebbero che le forme tradizionali e gerarchiche di organizzazione, che esigono un’omogeneità di agende e obiettivi, oggi risultano superate e che questo movimento è precursore di un cambiamento.

La risposta si trova a metà strada e dipende da molti fattori.

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June 8, 2009 - 7:06 PM Commento (1)

2.1 – Un “Movimento” ubiquitario, interconnesso e senza nome Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 42 e 41]

“Esiste una vitalità, una forza vitale, un’energia, un’accelerazione che si traduce,
tramite te, in azione e, visto che in ogni momento tu sei unica, questa espressione è
unica [...] Devi mantenerti aperta e conscia nei confronti degli impulsi che ti
motivano. Mantieni aperto il canale [...] [Non esiste] nessuna soddisfazione in
nessun momento. Esiste solo una strana, divina insoddisfazione, una benedetta
irrequietezza che ci fa andare avanti e ci rende più vitali degli altri.”

Martha Graham ad Agnes De Mille, Dance to the Piper1

“Come può una persona vivere un’esistenza morale e compassionevole quando
è pienamente cosciente del sangue, dell’orrore inerente alla vita, quando trova
l’oscurità non solo nella sua cultura, ma dentro di sé? Se esiste uno stadio in cui una
persona diventa veramente adulta, deve essere quando comprende l’ironia insita
nella sua evoluzione e accetta la responsabilità di una vita vissuta nel mezzo di
questo paradosso. Una persona deve vivere immersa nelle contraddizioni, perché se
tutte le contraddizioni venissero eliminate contemporaneamente, la vita crollerebbe.
Semplicemente, non esistono risposte ad alcune delle grandi e pressanti domande.
Si continua a viverle, rendendo la propria vita una degna
espressione dell’aspirazione alla luce.

Barry Lopez, Sogni artici

“Sono grande, contengo moltitudini.”
Walt Whitman, Canto di me stesso

Clayton ThomasMüller parla, in un raduno comunitario della nazione Cree, delle discariche costruite sulle loro terre nell’Alberta settentrionale, laghi tossici così grandi da risultare visibili dallo spazio.

Shi Lihong, fondatrice di Wild China, gira documentari insieme a suo marito sugli emigranti sfollati a causa della costruzione di grandi dighe.

Rosalina Tuyuc Velásquez, del popolo MayaKaqchukel, lotta per l’individuazione dei responsabili di decine di migliaia di vittime degli squadroni della morte in Guatemala. Rodrigo Baggio recupera vecchi computer a New York, Londra e Toronto e li installa nelle favelas del Brasile, dove lui e il suo gruppo insegnano ai bambini poveri a utilizzarli.

La biologa Janine Benyus, durante un forum economico nel Queensland, parla a 1.200 diri
genti dello sviluppo industriale basato sulla biologia.*

Paul Sykes, un volontario della National Aubon Society, completa il suo cinquantaduesimo Christmas Bird Count a Little Creek, Virginia, andandosi ad aggiungere ad altri 50.000 che censiscono 70 milioni di uccelli in un giorno.

Sumita Dasgupta guida studenti, ingegneri, giornalisti, agricoltori e membri del popolo Adivasis durante un viaggio di dieci giorni nel Gujarat per studiare il ripristino degli antichi sistemi di captazione e raccolta delle acque meteoriche, che riportano la vita nelle aree dell’India colpite da siccità.

Sila Kpanan’Ayoung Siakor illustra i collegamenti fra le politiche di genocidio del presidente Charles Taylor e il taglio illegale del legno in Liberia, che hanno portato a sanzioni internazionali e all’introduzione delle politiche per il legname certificato e sostenibile.

Queste otto persone, che potrebbero non incontrarsi e non conoscersi mai, fanno parte di una coalizione che comprende centinaia di migliaia di organizzazioni. Non rivendicano poteri speciali e crescono con discrezione, come i fili d’erba dopo la pioggia.

Il movimento nasce e si diffonde in tutte le città e paesi, comprendendo praticamente ogni tribù, cultura, lingua e religione, dai Mongoli agli Uzbechi ai Tamil. È formato dafamiglie indiane, studenti australiani, agricoltori francesi, senzaterra brasiliani, bananere dell’Honduras, i “poveri” di Durban, abitanti dei villaggi in Irian Jaya, tribù indigene boliviane e casalinghe giapponesi. I suoi leader sono agricoltori, zoologi, calzolai e poeti. Offre un sostegno e un senso a miliardi di persone nel mondo. Questo movimento non può essere diviso, perché è estremamente frazionato, una raccolta di piccoli gruppi con collegamenti molto aperti.2 Si forma, si scioglie e poi si riunisce nuovamente, senza una leadership, una guida o un controllo centrale.

Invece di cercare il predominio, questo movimento senza nome lotta per dissolvere le concentrazioni di poteri. È riuscito a far cadere governi, imprese e leader, agendo tramite testimonianze, informazione e azioni di massa.
Negli ultimi anni ha goduto di una forte accelerazione, grazie alla sempre maggiore diffusione delle tecnologie informatiche, divenuta accessibile in tutto il mondo. La sua forza risiede nelle sue idee, non nel potere.


Immaginate l’esistenza collettiva di tutti gli esseri umani come un organismo, pervaso da attività intelligenti, risposte immunitarie dell’umanità per resistere e curare gli effetti di corruzione politica, economie malate e degrado ecologico, indipendentemente dal fatto che siano causati dal libero mercato, dalla religione o da ideologie politiche. In un mondo divenuto troppo complesso per ideologie restrittive, anche la stessa parola “movimento” può risultare limitante per descrivere tale processo.

La scrittrice e attivista Naomi Klein lo chiama “il movimento dei movimenti” e io, in mancanza di un termine migliore, continuerò a chiamarlo “movimento”, in quanto credo che tutte le sue componenti stiano iniziando a convergere.


Il movimento ha tre radici che sono diventate sempre più interdipendenti:

  • l’attivismo ambientalista,
  • le iniziative per la giustizia sociale
  • e la resistenza delle culture indigene alla globalizzazione.

Nell’insieme, esprime l’esigenza della maggior parte delle persone di tutto il mondo di difendere l’ambiente, cercare la pace, rendere veramente democratici i processi decisionali e le politiche, reinventare i governi dal basso e migliorare la vita di donne, bambini e poveri. Nel corso della storia, eserciti, corporazioni, capi religiosi e zeloti politici hanno sopraffatto la maggioranza, che nel nostro mondo al rovescio viene considerata una minoranza. 3

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June 8, 2009 - 1:30 AM Nessun Commento