Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza)

Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto

8.1 – Ipotesi Gaia. Il movimento come risposta immunitaria dell’umanità. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 8 "Immunità"; pag 187,  189, 190 (19 righe), 191 (14 righe), 192, 193, 194 (16 righe), 195 (16 righe)]

I nostri sistemi immunitari, solo loro, ci proteggono dal diventare, all’improvviso,
qualcun altro. Siamo quello che siamo solo perché in ogni momento di ogni giorno
ci difendiamo. E noi siamo tutto. Siamo parte di altri. Ritratti dipinti da qualche
parte fra il nostro cervello e il timo. Siamo le schifezze che abbiamo mangiato e le
canzoni che abbiamo cantato. Siamo la luce delle stelle e l’oscurità antica al di là
di ogni immaginazione. Siamo nello stesso tempo fuochi spontanei e acqua
consacrata. Siamo fede e perdono.
Siamo la nostra stessa morte e l’eterno pensiero degli altri.

Gerald Callahan, Faith, Madness, and Spontaneous Human Combustion1

Una delle bellezze della biologia consiste nel fatto che le sue realtà diventano le nostre metafore.
Kenny Ausubel, Nature’s Operating Instructions2

Negli anni Sessanta, Sir James Lovelock iniziò a prendere in esame la possibilità che la Terra potesse essere un unico organismo vivente. L’ipotesi Gaia, come più tardi lui stesso la chiamò, asserisce che, nel creare le condizioni favorevoli alla vita, la Terra dimostra caratteristiche di autorganizzazione e autoregolazione simili a quelle degli organismi viventi. Due secoli prima, Immanuel Kant e l’economista francese Jacques Turgot immaginarono l’umanità stessa come un’entità simile, un sistema dotato di alcuni degli attributi di un organismo. Non furono gli unici. Da Spinoza a Gandhi, da Lewis Thomas a Teilhard de Chardin, filosofi, maestri religiosi e scienziati si sono chiesti se la razza umana non fosse interconnessa con modalità misteriose e inesplicabili. “Insieme, la grande massa di menti umane di tutta la Terra sembra comportarsi come un sistema vivente coeso” scrisse Thomas.3

Una delle differenze fra il movimento dal basso che sta esplodendo in tutto il mondo e le ideologie consolidate consiste nel fatto che il movimento sviluppa le sue idee sulla base dell’osservazione, mentre le ideologie agiscono basandosi su credenze o teorie: la stessa distinzione che, al tempo di Charles Darwin e William Paley, differenziava l’evoluzionismo dal creazionismo, la stessa che George Soros opera fra società chiuse e società aperte. Darwin non tentò di confutare il creazionismo. Da scienziato sul campo qual era, cercò invece di dare un senso alle prove che aveva raccolto durante il viaggio a bordo dell’HMS Beagle. Nello stesso modo, il movimento non cerca di confutare il capitalismo, la globalizzazione o il fondamentalismo religioso, ma prova a dare un senso a quanto scoperto nelle foreste, nelle favelas, nelle fattorie, nei fiumi e nelle città.

Il movimento ha ideologi? Certo, ma fondamentalmente è composto da quella parte di umanità che si è assunta il compito di proteggere e salvare se stessa. Se ammettiamo che la metafora dell’organismo unico sia applicabile all’umanità, possiamo immaginare un movimento collettivo che protegga, ripari e ricostruisca la capacità di quell’organismo di resistere alle minacce. Se così fosse, quella stessa capacità di risposta funzionerebbe come un sistema immunitario, che opera indipendentemente dalla volontà del singolo individuo. In particolare, l’attività condivisa di centinaia di migliaia di organizzazioni non profit può essere interpretata come la risposta immunitaria dell’umanità a tossine come corruzione politica, disordine economico e degrado ecologico.

Proprio come il sistema immunitario riconosce le cellule del proprio organismo da quelle estranee, il movimento distingue tra sé e nonsé. Proprio come il sistema immunitario rappresenta la difesa interna che consente a un organismo di perdurare nel tempo, la sostenibilità costituisce una strategia dell’umanità per continuare a esistere. La parola immunità viene dal latino im munis* che significa “pronto all’uso”.4Normalmente, il sistema immunitario viene descritto con una terminologia militare: un ministero della difesa biologico armato per combattere gli organismi invasori.5 Nell’esempio classico, gli anticorpi si attaccano agli invasori molecolari, che poi vengono neutralizzati e distrutti dai globuli bianchi. Semplice ed elegante; tuttavia, il processo di risposta agli invasori e alle malattie risulta molto più complesso e interessante.

[omissis]

Al centro dell’immunità c’è un miracolo di recupero e ripristino, poiché si verificano situazioni in cui il nostro sistema immunitario è indebolito. Stress, sostanze chimiche, infezioni, mancanza di sonno e una dieta pove ra possono travolgere il sistema e portarlo al collasso. Quando ciò accade, possono riaffiorare vecchie patologie, mentre la protezione da quelle nuove viene a mancare. Gli agenti patogeni crescono rapidamente e sembrano prendere il potere, e arriva un momento in cui la morte è molto vicina. A quel punto, a seconda dei casi, può accadere qualcosa di apparentemente straordinario: il crollo immunologico rallenta e si ferma, la nostra vita rimane sospesa finché non iniziamo a guarire come se avessimo trovato il filo d’Arianna, un ritorno alla ribalta degno di una trama di Hollywood. I meccanismi attraverso i quali il sistema immunitario, disorientato e confuso, riesca a invertire la tendenza e a riprendersi non sono ben chiari: qualcuno potrebbe parlare di mistero.7

[omissis]

Nel suo libro La rete della vitaFritjof Capra scrive:

“L’intero sistema assomiglia più a una rete come internet che a soldati in cerca di nemici. Gradualmente, gli immunologi hanno dovuto cambiare la loro percezione, da un sistema immunitario a una rete immunitaria”.8

Francesco Varela e Antonio Coutinho descrivono un sistema immunitario più simile a un sistema intelligente, vivente, in grado di apprendere e autoregolarsi; in pratica, quasi un’altra mente. Il suo funzionamento non dipende dalla sua potenza di fuoco, ma dalla qualità delle sue connessioni. Invece di “cellule interne” che distruggono automaticamente “cellule esterne”, si genera una risposta mediata agli agenti patogeni, come se, milioni di anni fa, il sistema immunitario avesse imparato a essere conciliante e, conoscendo i potenziali avversari, fosse in grado di fornire una risposta più saggia di quella istantanea, tesa al raggiungimento di un equilibrio più adeguato rispetto alla distruzione completa. Il sistema immunitario dipende dalla sua diversità per conservare la sua resilienza, grazie alla quale può mantenere l’omeostasi, rispondere alle sorprese, imparare dagli agenti patogeni e adattarsi ai repentini cambiamenti. Le implicazioni mediche sono chiare: per sconfiggere il cancro e le infezioni, dobbiamo capire come aumentare le connessioni della rete immunitaria piuttosto che l’intensità della sua risposta.9

In maniera simile, la rete di organizzazioni molto diverse che prolifera oggi nel mondo può costituire una difesa contro l’ingiustizia migliore persino di un F16. La connettività consente a questa rete di concentrarsi su un’attività e di convogliare le loro risorse in maniera precisa e parsimoniosa. Queste organizzazioni ottengono successi crescenti ricercando il consenso all’interno di democrazie “artigianali”, dove nessuno detiene tutto o troppo potere: la loro forza si basa sul dialogo e la sincerità. I computer, i telefoni cellulari, la banda larga e internet hanno creato le condizioni perfette per unificare anche le realtà più marginali.

Secondo Kevin Kelly, autore di Out of Control, internet è formato da un quintilione di transistor, un bilione di collegamenti e da un milione di email inviate ogni secondo. La legge di Moore, in base alla quale ogni 18 mesi le prestazioni dei processori raddoppiano e il loro prezzo si dimezza, si accorda con la legge di Metcalfe, che afferma che l’utilità di una rete aumenta in maniera esponenziale al crescere del numero degli utenti. Ciò vale tanto per le grandi aziende quanto per le piccole ONG, ma sono queste ultime a trarne i maggiori vantaggi, dato che le due leggi valgono più per le reti piccole che per quelle grandi. Le grandi organizzazioni non hanno bisogno di reti, mentre le piccole vi prosperano. Le reti sono sistemi complessi di elementi interconnessi, che collegano le singole azioni a una rete più ampia di conoscenze e meccanismi. I siti web sono collegati ad altri siti, a loro volta collegati a un numero ancora maggiore di siti e così via, dando vita a una massa fluida di informazioni, che cambia e cresce a seconda delle necessità, proprio come un sistema immunitario. Al centro di tutto non c’è la tecnologia, ma le relazioni, decine di milioni di personeche operano per il ripristino e la giustizia sociale.

Lo stato attuale del mondo indica che, dato il numero di organizzazioni e persone impegnate a lottare contro l’ingiustizia, il movimento non risulta particolarmente efficace. La risposta a questa affermazione è che le devastazioni legate alla globalizzazione hanno un vantaggio di circa cinquecento anni rispetto al sistema immunitario dell’umanità. Gli assalti alle risorse e la produzione di rifiuti, che procedono con intensità crescente, lo sradicamento delle culture e lo sfruttamento dei lavoratori rappresentano una patologia, né più né meno dell’epatite o del cancro, appoggiata da un sistema politicoeconomico di cui tutti facciamo parte.

Ogni dito puntato è inevitabilmente un dito che accusa noi. Possono non esserci colpevoli specifici, ma il sistema rimane una patologia, anche se siamo stati noi a crearlo e a servircene. Dato che molte persone si rendono conto di essere malate e sono intenzionate a curare anche le cause, e non solo i sintomi, il movimento ambientalista può essere visto come la risposta dell’umanità alle politiche che stanno contagiando la Terra; quello per la giustizia sociale affronta invece gli agenti patogeni, economici e legislativi, che distruggono famiglie, enti, culture e comunità. Due facce della stessa medaglia, perché ogni danno subito da una costituisce un danno anche per l’altra. Queste risposte immunitarie affrontano quelle che Paul Farmer chiama “patologie del potere” o “crescenti maree di disparità”, che alimentano la violenza, rivolta contro persone, luoghi o altre forme di vita. Nessuna cultura ha mai rispettato l’ambiente e maltrattato la sua gente e, al contrario, nessun governo può affermare di occuparsi dei suoi cittadini permettendo, nel contempo, che l’ambiente venga distrutto. Farmer scrive: “Una quantità maggiore di pistole e una repressione più severa possono rappresentare un rimedio a una scarsa presenza delle forze dell’ordine, ma violenza e caos non spariranno se fame, patologie e razzismo non verranno affrontati in maniera efficace e definitiva”.10

Le patologie a cui fa riferimento Farmer sono numerose, e il loro vettore è spesso costituito da imprese, enti governativi o banche; inoltre, queste patologie sono associate retoricamente con la giustificazione logica secondo cui servono ad aiutare quelle persone che, in realtà, danneggiano. I veicoli delle patologie sociali e ambientali possono essere anche eserciti e governi ma, più semplicemente, possono bastare modi errati di pensare, rigidità burocratiche e superbia istituzionale.

Il fine ultimo di un sistema immunitario globale è quello di identificare tutto ciò che non risulta favorevole alla vita e di contenerlo, neutralizzarlo o eliminarlo; quando una comunità, una cultura e un ecosistema sono stati danneggiati, esso cerca di prevenire un ulteriore deterioramento, di curare i danni e ripristinare l’integrità. Molte organizzazioni per la giustizia e i cambiamenti sociali hanno poco personale e ancor meno fondi e quasi tutte operano in contesti in cui l’apprendimento è difficoltoso.

[omissis]

Per affrontare gli agenti patogeni, il movimento ha dovuto trasformarsi in una moltitudine di organizzazioni diverse: istituti, enti per lo sviluppo delle comunità, gruppi di abitanti di villaggi e città, imprese, istituti di ricerca, associazioni, network, gruppi di fedeli, fondazioni ed enti. Ognuna di queste categorie contiene dozzine di organizzazioni definite in basealla loro attività; all’interno di queste diverse attività, i vari gruppi si focalizzano su tematiche specifiche: diritti dell’infanzia, pinnipedi, diversità culturale, conservazione della barriera corallina, riforma democratica, sicurezza energetica, alfabetizzazione. (L’appendice di questo libro fornisce una tassonomia del movimento che ne restituisce l’ampiezza e la varietà.) Poiché poi mezzi d’informazione parlano quasi sempre delle organizzazioni più grandi e consolidate, la diversità alla base del movimento rimane nascosta, o viene assorbita nello stereotipo che comprende dimostranti, slogan e proteste. Queste attività, che pure rappresentano un impegno importante, sono però la parte più piccola del lavoro portato avanti dal movimento.

[omissis]

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June 15, 2009 - 9:30 AM Nessun Commento

Cap 7.1 – WTO. La globalizzazione e gli eventi di Seattle. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 7 "Fermiamo questo impero"; pag 161,  162, 163 (33 righe), 166 (25 righe), 167, 168, 169 (3 righe)]

Il moderno conservatore … è impegnato in uno dei più antichi esercizi di filosofia
morale dell’essere umano: cercare una superiore giustificazione morale all’egoismo
.
John Kenneth Galbraith1

La Terra non sta morendo, viene uccisa.
E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un cognome.

U. Utah Phillips2

Il 30 novembre 1999 fu il giorno più lungo nella storia di Seattle, il giorno in cui centinaia di piccole organizzazioni di cittadini si riunirono per opporsi alle politiche sempre più antidemocratiche imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Tra le 40.000 e le 60.000 persone e più di settecento gruppi presero parte alla protesta contro la terza Conferenza dei ministri del WTO a Seattle, dando vita a una delle dimostrazioni più dirompenti della storia moderna e, a quel tempo, alla più importante espressione di un movimento civile globale, che contestava quello che i partecipanti alla manifestazione vedevano come un accordo commerciale formulato dalle aziende. I dimostranti e gli attivisti che parteciparono all’evento non si opponevano al commercio in sé, ma chiedevano prove del fatto che il commercio, o almeno la visione che di esso aveva il WTO, portasse benefici ai poveri, ai lavoratori e all’ambiente nei loro paesi e in quelli in via di sviluppo. Il mondo sta ancora aspettando queste prove, che non potranno mai essere fornite perché non esistono; per questo motivo i dimostranti si recarono a Seattle, per richiamare il WTO alle proprie responsabilità. La loro frustrazione era accresciuta dalla disparità di forze, sbilanciate a favore di una parte che comprendeva dirigenti aziendali, associazioni commerciali, ministri di governo, molti mezzi d’informazione, azionisti e il WTO stesso.

Dal punto di vista dei partecipanti alla protesta, il WTO stava dando gli ultimi ritocchi a una manovra finanziaria che avrebbe trasferito ricchezza a una piccola parte delle popolazioni dei paesi ricchi, spacciandola per una liberalizzazione degli scambi commerciali. I presupposti alla base del fondamentalismo commerciale sono così pervasivi che hanno iniziato a essere confusi con i fatti. Presso il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e il WTO lavorano molti macroeconomisti convinti che non esistano realtà come la disoccupazione involontaria, perché nei loro modelli la domanda eguaglia sempre l’offerta.

Per questi depositari della verità, i mercati costituiscono dei meccanismi perfettamente calibrati, che funzionano sempre; di conseguenza, aberrazioni economiche come disoccupazione, povertà o malnutrizione devono essere causate da fattori esterni. Secondo questa teoria, i mercati bilanciano domanda e offerta, e quindi una eventuale mancanza di equilibrio è causata da regole o restrizioni. In base a questa logica, sono i sindacati e i salari alti a determinare la disoccupazione, mentre la povertà è il risultato di alte tasse imposte a persone che povere non sono.3 In questo mondo alla rovescia, l’idealismo nuoce alla società e l’avidità porta benefici ai bisognosi.

Quelli che contestano l’inevitabilità di imprese multinazionali per soddisfare la maggior parte delle nostre esigenze materiali e lavorative sono considerati fuori moda e nostalgici. Tuttavia, come sa bene anche il più accanito difensore del libero mercato, il cronista del New York Times Thomas Friedman, “la mano invisibile del mercato non funzionerebbe mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non avrebbe avuto successo senza McDonnell Douglas. Il pugno nascosto che mantiene sicuro il mondo, permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare, si chiama esercito, aeronautica, marina e corpo dei Marine degli Stati Uniti”.4

Naturalmente, la globalizzazione possiede alcuni effetti potenzialmente positivi, fra cui la scomparsa dei confini politici che causano esclusioni tra gli individui, un aumento della trasparenza delle azioni dei politici, la comunicazione fra le persone di tutto il mondo e, in generale, molte nuove opportunità d’impiego, di istruzione e di guadagno. Eppure, tali benefici nascondono degli svantaggi: sfruttamento di risorse e lavoratori, cambiamenti climatici, inquinamento, distruzione delle comunità e diminuzione della diversità biologica. Il sistema commerciale globalizzato ha perso la resilienza economica, ovvero la capacità delle economie regionali di resistere a cicli di rapida crescita e di recessione. Inoltre, anche la sicurezza economica è scomparsa. Quando le comunità dipendono quasi interamente da fonti di produzione lontane migliaia di chilometri, se non addirittura continenti interi, esse diventano città fantasma delimitate da fastfood e giganteschi hard discount.

Inoltre, un’attenzione eccessiva per la creazione di benessere nasconde la creazione di povertà. Fra tutti i paesi, gli Stati Uniti sono quelli che più appoggiano la liberalizzazione degli scambi commerciali come mezzo per migliorare il benessere sociale di un paese, politica nota come il “Washington Consensus”. Il lato ironico dell’eccessiva enfasi americana sull’ideologia del libero mercato consiste nel fatto che essa è miseramente fallita proprio nel paese che l’ha sostenuta più ardentemente. Gli Stati Uniti possiedono il peggior stato sociale di tutti i paesi sviluppati del mondo, peggiore anche di quello di molti paesi in via di sviluppo. In base a quasi tutti i parametri del benessere, gli Stati Uniti si trovano agli ultimi posti: sono primi per numero di persone in carcere (726 carcerati ogni 100.000abitanti, contro i 91 della Francia e i 58 del Giappone);5 primi per numero di adolescenti incinte, per uso di droghe, per numero di bambini che soffrono la fame, per povertà, analfabetismo, obesità, diabete, uso di antidepressivi, disparità di reddito, violenza, decessi per armi da fuoco, spese militari, produzione di rifiuti pericolosi, denunce di stupri e per la scarsa qualità del sistema scolastico (gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo, oltre all’Iraq, in cui le scuole sono dotate di metal detector). Possiedono il più alto deficit commerciale in proporzione al reddito nazionale e, dal 1984 a oggi, le imprese hanno licenziato oltre 30 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali sono stati relegati a svolgere lavori sottopagati. Quando un sistema commerciale uniforme travolge il mondo, i rialzi monetari vengono chiamati PIL, ma le perdite subite, anche nell’Occidente industrializzato e in quantità minore nel Terzo Mondo, non vengono conteggiate, come se una persona registrasse le vendite ma ignorasse i furti nel magazzino sul retro.

La teoria sottesa alla liberalizzazione degli scambi commerciali è ingannevole e, come tale, indiscutibile: se i paesi poveri possedessero più denaro e libertà, ognuno dovrebbe trarne beneficio e l’aumentato flusso di merci dovrebbe migliorare la vita di tutti. A coloro che criticano i salari bassi e le pessime condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo, i difensori del libero mercato rispondono che la libertà e la prosperità richiedono tempo e sacrifici; ma il tempo e i sacrifici di chi? I critici vedono un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere, non una diffusione della libertà. Le duecento imprese più grandi possiedono il doppio dei beni dell’80% della popolazione mondiale e questo patrimonio cresce cinque volte più velocemente del reddito della maggior parte del pianeta. La ricchezza sale dal basso verso l’alto, dai poveri ai ricchi.

[omissis]


Il WTO cerca di proteggere gli affari e la crescita, non le persone e l’ambiente, sulla base dell’ipotesi che più un paese diventerà ricco, più sarà in grado di difendere i suoi abitanti e il suo ambiente.
Non è così. A Seattle, le persone più eloquenti e rumorose non protestavano contro la globalizzazione in sé, ma contro ciò che, attualmente (e, pensano, inevitabilmente), essa implica, ovvero il controllo da parte delle imprese dei beni comuni, che comprendono il genoma umano, le sementi, l’acqua, il cibo, le onde radio, i mezzi d’informazione e molti altri. In senso lato, i beni comuni includono cultura, luogo, autodeterminazione e democrazia. Le proteste di Seattle esprimevano l’esigenza delle persone di veder riconosciuta la loro posizione e di aver voce in capitolo all’interno delle comunità e delle fabbriche. Queste persone non formavano un movimento antiglobalizzazione, piuttosto cercavano di dare vita a una “globalizzazione dal basso”. Le imprese di proprietà pubblica diffondono una menzogna non detta: che il capitale abbia diritto di crescere e che tale diritto sia più importante dei diritti delle persone, delle comunità e delle culture. Tuttavia, le imprese altro non sono che una nostra emanazione: azionisti, fondi pensione, sovvenzioni e fiduciari esigono il massimo rendimento. I contestatori di Seattle sostenevano che il mondo non riuscirà a garantire sostenibilità ed equità se le politiche commerciali e aziendali continueranno a distruggere le economie locali. Il cambiamento delle economie mondiali ha fornito i mezzi per esprimere il disaccordo, ma il dibattito è reso impossibile dallo sbilanciamento dei poteri. La maggior parte delle economie e dei governi del mondo è controllata delle imprese, che sembrano stringere sempre di più la loro presa; al contempo, lo stesso mondo appare sempre più fuori controllo. Il fatto che il pianeta sia regolato delle multinazionali significa la perdita della diversità economica e culturale. Lo storico Arnold Toynbee ammoniva che la civilizzazione è un processo e non una condizione, e che la crescita dell’uniformità segna in maniera consistente il suo declino.


Molti racconti sulle dimostrazioni di Seattle parlano di “sommosse”, anche se il 99,9% dei dimostranti era non violento.
Una persona intraprende il cammino della resistenza non violenta quando non esiste una via di dialogo. Questa filosofia si chiama satyagraha. È una scelta deliberata e spesso l’ultima possibile, e chiunque abbia mai marciato verso poliziotti armati, cani ringhiosi o militari armati sa quanto sia terrificante affrontare queste minacce con le mani alzate. Essere colpiti da un altro essere umano senza opporre resistenza è in conflitto con l’istinto di sopravvivenza e attiva le ghiandole surrenali. Proteggersi senza rispondere, vedere chi ti colpisce come un amico, invece che come un nemico, è una sfida estremamente impegnativa. Questo tipo di risposta non è passivo, né debole. Gandhi affermò di essere riuscito ad apprezzare la non violenza solo dopo essersi liberato della viltà. A Seattle non ci fu una sommossa. Durante una sommossa, le persone rispondono combattendo. Nel pomeriggio e nel corso della nottata, il centro di Seattle si trasformò in uno scenario surreale. Marciatori improvvisati imitavano i suonatori militari di pifferi e tamburi della Rivoluzione americana utilizzando, come strumenti, barili da 20 litri vuoti. Alcuni dimostranti ballavano su cassonetti dell’immondizia incendiati dalle granate lacrimogene (le stesse impiegate a Waco, Texas, contro i Branch Davidian). Malgrado il loro numero diminuisse rapidamente, 1.500 dimostranti mantennero il loro posto, rimanendo seduti davanti alla polizia, le mani alzate in segno di pace, sopportando gas lacrimogeni, spray al pepe e sfollagenti. Non appena qualcuno si ritirava per essere medicato, un altro manifestante lo sostituiva. A un certo punto del pomeriggio, le corrispondenze dei giornalisti dal meeting del WTO cessarono, in quanto tutta l’attenzione dei mezzi d’informazione si concentrò su quello che stava avvenendo per strada.

Per le nove di sera, l’ordine della polizia di sgomberare il centro di Seattle era stato eseguito, ma alcuni poliziotti, forse reclute fresche provenienti da qualche città remota, non vollero fermarsi. Diedero la caccia ai dimostranti nelle aree vicine, dove era difficile distinguere i primi dai cittadini (la maggior parte dei manifestanti era infatti di Seattle) e iniziarono ad attaccare passanti, residenti e pendolari. Spararono lacrimogeni contro gli autobus. Tirarono fuori dalla sua auto un membro del Consiglio municipale di Seattle e cercarono di arrestarlo. Quando, all’una e trenta della notte di mercoledì, il presidente Bill Clinton si diresse a tutta velocità dall’aeroporto all’Hotel Westin, il corteo di auto attraversò una città le cui finestre erano state coperte con assi di legno, mentre le strade erano presidiate dalla polizia e sorvolate dagli elicotteri. Michael Meacher, ministro dell’ambiente del Regno Unito, in seguito affermò: “Ciò che non avevamo previsto era il dipartimento di polizia di Seattle, che da solo riuscì a trasformare una protesta pacifica in una sommossa”.


Il giorno prima degli incontri dei ministri, Madeleine Bunting pubblicò un servizio sul Guardian Weekly: “Dal meeting WTO a Seattle questa settimana aspettatevi racconti di anarchici dai capelli colorati, con piercing e tatuaggi. Sentiremo parlare dell’ala ribelle dell’ambientalismo e dell’anarchia, infiltrata tra i 150.000 dimostranti, contro cui si stanno preparando la polizia di Seattle e l’FBI … Un modo colorito per raccontare un summit commerciale noioso e difficile, ma anche una grossolana distorsione di un evento cruciale. I dimostranti di Seattle non possono essere liquidati come svitati; sarebbe poi difficile definire come estremisti WWF, Oxfam, Royal Society for the Protection of Birds o molti degli altri 1.200 gruppi di ambientalisti, di sviluppo e dei diritti umani, che hanno firmato una petizione al WTO prima di questo meeting. Ciò che risulta davvero deprimente è che questa distorsione è al servizio di un solo interesse. Questa settimana, l’astuto amministratore delegato di una multinazionale dovrà sopportare un po’ di gas lacrimogeno prima del suo pranzo a base di aragosta. Sarà per lui l’opportunità perfetta per liquidare come fanatici tutti coloro che lo criticano …”.8

La premonizione di Madeleine Bunting si rivelò esatta: l’azione inaspettata riscosse vasta eco in tutto il mondo e fu descritta come una minaccia per lo stesso stato/nazione. Una schiera di giornalisti stupiti si mise al lavoro, espresse indignazione e puntò il dito contro gli arroganti e viziati ragazzini bianchi. Thomas Friedman, nel suo articolo del 1° dicembre, scrisse che i dimostranti erano “un’arca di Noè di sostenitori della teoria della Terra piatta, sindacati protezionisti e yuppy che cercano il loro evento in stile anni Sessanta”. In realtà, i dimostranti erano sì anarchici, ma organizzati, educati e determinati. La maggior parte di loro erano attivisti dei diritti umani, del lavoro, suore, rappresentanti delle popolazioni indigene, credenti, operai siderurgici e agricoltori. Erano attivisti per le foreste, ambientalisti, operatori per la giustizia sociale, studenti e insegnanti. Erano cittadini.

[omissis]

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June 14, 2009 - 1:20 PM Nessun Commento

2.3 – Ideologie e religioni. Controllo e divisioni. Unità e diversità. 1 Commento

[Capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 46 (9 righe), 47, 48, 49, 50, 51 (21 righe), 52, 53 (3 righe)]

Un’altra ragione che spiega la difficoltà di identificare il movimento consiste nel fatto che esso non costituisce l’elaborazione di una particolare ideologia. Per la prima volta nella storia, un grande movimento sociale non è tenuto insieme da un “ismo. Ciò che lo unisce sono le idee, non le ideologie. C’è una grande differenza fra le due: le idee fanno domande e liberano; le ideologie giustificano e comandano.11 In generale, un’ideologia nasce da un insieme di convinzioni elaborate da una persona. Tali convinzioni diventano un “ismo” quando adepti, seguaci e factotum creano un’organizzazione per controllare e diffondere ciò che a questo punto è diventato un intreccio di realtà e di fede.

A mano a mano che crescono, i movimenti ideologici si dividono e si suddividono. Nel mondo cristiano, per esempio, dapprima vi furono gli gnostici, gli ebrei cristiani e i cristiani paolini. Nell’XI secolo, le chiese ortodosse orientali si divisero dalla chiesa cattolica sull’argomento della supremazia del papa. Nel 1517, Martin Lutero affisse le sue 95 Tesi sulla porta della chiesa dell’università di Wittenberg, e il suo gesto segnò l’inizio del movimento della Riforma e la nascita delle confessioni protestanti, che presto inclusero mennoniti, luterani, battisti, anabattisti, zwinglianisti, puritani, presbiteriani, anglicani e calvinisti. Nel 1618, poco più di cent’anni dopo la protesta di Lutero, ebbe inizio la Guerra dei trent’anni, un conflitto fra cattolici e protestanti che portò alla morte di cinque milioni di tedeschi, un terzo della popolazione, molti dei quali contadini. Attualmente, negli Stati Uniti esistono più di mille confessioni cristiane. Altri significativi esempi di settarismo esistono tra i musulmani sciiti e sunniti, che spesso sono violentemente divisi. Fra i suoi ranghi, il marxismo annovera i leninisti, i trotzkisti, gli stalinisti, i krusceviti e i maoisti.

Nel XIX secolo sono nate grandi ideologie, che hanno dominato le nostre convinzioni su cosa è vero, cosa falso e persino su cosa è possibile nel XX secolo. I leader hanno utilizzato le più disparate ideologie – comunismo, capitalismo, populismo, materialismo, fondamentalismo, imperialismo, colonialismo e socialismo – per sostenere i loro regimi, reclutare i loro eserciti e difendere le loro politiche. Le tre più grandi, capitalismo, socialismo e comunismo, hanno lottato, durante il XX secolo, per il controllo delle nostre menti, dei territori e delle risorse e ora sono state sostituite da terrorismo e fondamentalismo economico e religioso.12

Dato che siamo stati educati a credere che la salvezza si trovi nelle dottrine di un singolo sistema, risultiamo degli ingenui che si lasciano facilmente influenzare da ipocrisie e falsità. Le ideologie sfruttano queste debolezze e le trasformano in fedeltà cieca invece di favorire l’evoluzione naturale e il fiorire di idee nuove e differenti tra loro.

Ecologi e biologi sanno che un sistema diventa stabile e sano proprio grazie alla diversità e non all’uniformità. Il punto di vista degli ideologi è esattamente l’opposto.

La fine del XX secolo ha visto il crollo delle grandi ideologie; quel vuoto viene ora riempito da varie forme di populismo, che invocano la Bibbia, Allah, Ram, il nazionalismo o il libero mercato per legittimarsi. Neoconservatori, integralisti islamici, Christian right e fondamentalisti economici condividono la capacità di fornire alle persone dei surrogati delle ideologie che sono venute a mancare.13

Tali gruppi agiscono aggressivamente a nome nostro perché, affermano, sanno cosa è meglio per noi. Gli integralisti islamici vedono chi si oppone alla loro visione teocratica come un infedele, che è legittimo uccidere. I membri della Christian right considerano i non cristiani come bisognosi di essere salvati, bisognosi di quella redenzione che solo le leggi di Dio possono portare e che solo loro comprendono a fondo. I neoconservatori credono che il potere non possa essere affidato ai cittadini normali e che un piccolo gruppo di individui superiori dovrebbe guidare la maggioranza inferiore, utilizzando la religione e la perenne minaccia della guerra per creare un villaggio Potëmkin di populismo. I sostenitori della globalizzazione guidata dalle imprese vogliono imporre le loro regole e i loro precetti, basati sulle leggi di mercato, all’intero pianeta, senza tener conto della diversità di luoghi, storie e culture, nella convinzione che lo sviluppo economico sia un bene essenziale, possibilmente minimizzando o eliminando eventuali interferenze governative.


Questi gruppi hanno in comune un’avversione di base per la democrazia e cercano il proprio vantaggio, non il consenso generale. Così come la religione crea Dio a sua propria immagine, gli pseudo populisti intendonocreare un mondo che rispecchi le loro immaginazioni ristrette.

In “Saggi impopolari”, Bertrand Russel ha scritto: “L’uomo è un animale credulone e deve credere in qualcosa. In assenza di buone basi per le sue convinzioni, si accontenterà di basi cattive”. Ogni tipo di pseudo populismo nasce per salvare i suoi adepti dall’assenza di una struttura morale o sociale, il che significa che ci si aspetta che noi, anche se non riusciamo a comprenderlo a pieno, riponiamo in lui la nostra totale fiducia. Anche se queste organizzazioni pseudo populiste sono relativamente piccole, esse operano al fine di influenzare governi, suscitare terrore e controllare larghe somme di capitali. Nessuna di esse riscuote un ampio seguito, ma il sostegno, anche se piccolo, è estremamente intenso. In un contesto globale, tutte queste organizzazioni si trovano ai vertici più ristretti e tutte muovono le leve chiave del potere.

La civilizzazione globale è messa a rischio da tutti questi “ismi”. Nei prossimi secoli mancherà una stabilità climatica, la povertà aumenterà, gli stock ittici crolleranno, le metropoli pulluleranno di rifugiati dalle campagne, le falde freatiche diminuiranno e fame e malnutrizione cresceranno, anche nei paesi più ricchi del mondo. Il XX secolo ha visto il più alto tasso di distruzione ambientale della storia. È stato anche quello più crudele, duro e sanguinario: ottanta milioni di persone sono state massacrate dall’inizio del secolo fino alla Seconda guerra mondiale; da allora, più di 23 milioni di persone (per la maggior parte civili) sono stati uccisi inoltre 149 conflitti.14

Ricerche interminabili speculano sulla guerra, mentre al mantenimento della pace viene dedicato veramente poco. Studiamo diverse forme di avidità, fra cui raffinate scienze economiche, ma raramente ci occupiamo di armonizzare i bisogni dell’umanità. Per ogni dollaro destinato alle forze di pace dell’ONU, le nazioni membro spendono 2.000 dollari per la guerra. Quattro dei cinque membri del Consiglio disicurezza delle Nazioni Unite, che ha potere di veto su tutte le risoluzioni dell’ONU, sono fra i più grandi commercianti di armi al mondo: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Russia.15


In contrasto con le lotte ideologiche, che attualmente dominano gli eventi globali e le singole identità, è sorto un ampio movimento non ideologico, che non fa appello alle fantasiose volontà delle masse, ma persegue invece le esigenze localizzate dei cittadini. Il contributo chiave di questo movimento consiste nel rifiuto di un’unica grande idea, che viene invece sostituita dall’offerta di centinaia di idee pratiche e utili.

Invece di “ismi”, offre processi, coinvolgimento e compassione. Il movimento mostra un lato dell’umanità tenero, forte e generoso. Non tende all’utopia, che di per sé costituisce solo un altro “ismo”, ma è prevalentemente pragmatico.

Soprattutto, questo movimento sfugge a qualsiasi definizione. Le generalizzazioni che cercano di definirlo risultano estremamente imprecise. Comprensibilmente, il movimento si oppone alle tipologie convenzionali. I suoi esponenti liberali sono spesso rigorosi, e quelli conservatori propongono sovente soluzioni radicali. Il movimento sorpassa confini politici antichi e invalicabili. L’idea di utilizzare fonti rinnovabili per ottenere l’indipendenza energetica locale è radicale, conservativa, ecologica, valida economicamente a lungo termine o socialmente equa?

Se esiste un sogno comune a tutto il movimento, malgrado la sua diversità, è quello di un processo: in una parola, la democrazia, ma non quella praticata e corrotta dalle multinazionali e dagli stati moderni. Consiste piuttosto nel reimmaginare un governo pubblico che venga dai singoli luoghi, dalle singole culture e dalle singole persone. Ciò che lega le varie componenti del movi mento è un modus operandiche potrebbe essere chiamato “autonomia della diversità”. Gruppi con visioni diverse e obiettivi distinti cooperano sulle tematiche principali, senza essere subordinati a un altro gruppo. Tuttavia, proprio questa grande diversità, che rappresenta il punto nodale della forza e del successo del movimento, lo rende anche estremamente vulnerabile.


La diversità, benché spesso sinonimo di adattabilità, può ostacolare unità, cooperazione ed efficacia. Sono inevitabili la competizione per posizione e territorio, con conseguente mancanza di collaborazione, soprattutto quando le organizzazioni sono obbligate a contendersi risorse scarse.

Quando piccoli gruppi si accostano al mondo delle giuste cause si sentono “salvatori dell’umanità” e nasce il narcisismo; inoltre, poiché queste organizzazioni sono guidate e gestite da esseri umani, si verificano pettegolezzi, sgarbi e maldicenze. All’interno del movimento si trovano presuntuosi, immaturi e tradizionalisti.

[omissis]

Un movimento diviso da lotte intestine non è in grado di rispondere adeguatamente a problematiche sempre più grandi. Ciò diventa particolarmente evidente nel campo dei cambiamenti climatici. Da una parte l’attuazione pratica di una riduzione energetica diretta deve avvenire su scala locale. Dall’altra, i maggiori cambiamenti e le iniziative politiche, che devono essere intrapresi a livello nazionale e internazionale in materia di trasporti pubblici, finanziamenti alle compagnie petrolifere ed energie rinnovabili, vengono ostacolati dalla corruzione dei politici e da interessi particolari; in tutto ciò, le organizzazioni non riescono a fare fronte unico per opporsi allo strapotere delle multinazionali e delle lobby che operano per mantenere inalterato questo stato delle cose.


Un altro aspetto della diversificazione, che potrebbe rivelarsi negativo, consiste nella grande quantità di cause abbracciate dal movimento, che per questo viene incompreso e ridicolizzato.
Come nella parabola dei ciechi e dell’elefante, è impossibile comprendere a fondo la totalità di un movimento che non riesce a dare un’immagine unica di sé. Descrivendo solo quello che vedono, i mezzi d’informazione usano etichette come ambientalisti, piccoli agricoltori, madri, gruppi tematici, agitatori, contestatori, minoranze, giovani idealisti, “quelli della Prius”, contadini, popolazioni indigene, verdi, accademici, attivisti, nostalgici hippy, liberali e bambini. Quando i mezzi d’informazione cominciarono a occuparsi del movimento per il suffragio delle donne, Elizabeth Cady Stanton scrisse: “Tutti i giornalisti, dal Maine al Texas, sembrano contendersi il primato di chi riesce a rendere il nostro movimento più ridicolo”.16

Da allora non è cambiato nulla, ma anche se gli stereotipi fossero veri, non sarebbero comunque completi. Si perdono infatti di vista i valori e le idee che rendono il movimento attivo e sempre più vasto.

I politici e i mezzi d’informazione valutano la forza in base alla capacità d’intaccare la determinazione delle persone, e non dalla vastità di interessi od obiettivi. L’NRA (n.d.r. National Rifle Association, associazione statunitense che tutela i possessori di armi da fuoco) è potente, ma ciò non significa che le persone che lottano contro la tratta degli esseri umani a Burma, la sparizione delle tartarughe marine, la desertificazione e i cambiamenti climatici debbano essere qualificate come inconcludenti.

Se un movimento non difende un obiettivo specifico, spesso viene liquidato come inutile e senza importanza. Chi collega tematiche come inceneritori, sfruttamento dei lavoratori, perturbatori endocrini, inquinamento idrico e distruzione delle cime delle montagne viene accusato di “mettere troppa carne al fuoco”. In realtà, ciò significa “pensare come una montagna”, come suggerisce Aldo Leopold, ovvero percepire la ricca complessità di un sistema e le interconnessioni fra i problemi sociali e ambientali all’interno del sistema stesso. Analizzando in termini sistemici le sfide che stiamo ponendo alla Terra, diventa evidente il valore di permacoltura, microcredito, tasse ambientali, impronta ecologica e commercio equo e solidale.


Di contro, una visione ridotta dei problemi fa sì che le stesse strategie e soluzioni vengano scartate come idealistiche o poco praticabili. Creare organismi geneticamente modificati per combattere la fame, costruire reattori nucleari PBMR per contrastare il riscaldamento globale o dichiarare guerre per instaurare la democrazia sono tutte forme di pensiero che affrontano le odierne problematiche senza risalire alla fonte del problema. In informatica, questi rimedi sono chiamati kludge, espedienti dalla durata limitata usati per riparare difetti, che non risolvono i problemi a monte, ma rimediano agli effetti indesiderati, creando un insieme finale malfunzionante.17

Per affrontare le questioni che affliggono il mondo sarà necessario mettere insieme intelligenza sociale e scienze naturali, due qualità che la politica tradizionale non possiede.


La speranza ancora inespressa di questo movimento è quella di creare una rete di organizzazioni che cercano di risolvere quelle problematiche che attualmente appaiono insolubili: povertà, cambiamenti climatici globali, terrorismo, degrado ecologico, polarizzazione dei redditi, perdita delle culture e molti altri ancora. Il mondo sembra cercare la soluzione con la “S”maiuscola, che è anch’essa parte del problema, mentre le soluzioni più efficaci sono locali e sistemiche.

Anche se i gruppi sono autonomi, il fatto che alcune organizzazioni si uniscano per affrontare una serie di tematiche può costituire un approccio sistemico efficace. Anche se il movimento può apparire imperfetto o ambizioso in maniera ingenua, la sua struttura e le sue tecniche di comunicazione di base possono, a volte, creare una risposta sociale collettiva capace di sfidare qualsiasi istituzione del mondo.


Tuttavia, quanta forza può acquisire un movimento che mette da parte divisioni tribali, statali o nazionali sostituendole con una rete di associazioni prive di un centro? Alcuni credono che per affrontare in maniera significativa le istituzioni politiche ed economiche esistenti il movimento debba coagularsi per offrire un’alternativa perseguibile. Molti altri argomenterebbero che le forme tradizionali e gerarchiche di organizzazione, che esigono un’omogeneità di agende e obiettivi, oggi risultano superate e che questo movimento è precursore di un cambiamento.

La risposta si trova a metà strada e dipende da molti fattori.

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June 8, 2009 - 7:06 PM Commento (1)