Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza)

Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto

Cap 7.1 – WTO. La globalizzazione e gli eventi di Seattle. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 7 "Fermiamo questo impero"; pag 161,  162, 163 (33 righe), 166 (25 righe), 167, 168, 169 (3 righe)]

Il moderno conservatore … è impegnato in uno dei più antichi esercizi di filosofia
morale dell’essere umano: cercare una superiore giustificazione morale all’egoismo
.
John Kenneth Galbraith1

La Terra non sta morendo, viene uccisa.
E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un cognome.

U. Utah Phillips2

Il 30 novembre 1999 fu il giorno più lungo nella storia di Seattle, il giorno in cui centinaia di piccole organizzazioni di cittadini si riunirono per opporsi alle politiche sempre più antidemocratiche imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Tra le 40.000 e le 60.000 persone e più di settecento gruppi presero parte alla protesta contro la terza Conferenza dei ministri del WTO a Seattle, dando vita a una delle dimostrazioni più dirompenti della storia moderna e, a quel tempo, alla più importante espressione di un movimento civile globale, che contestava quello che i partecipanti alla manifestazione vedevano come un accordo commerciale formulato dalle aziende. I dimostranti e gli attivisti che parteciparono all’evento non si opponevano al commercio in sé, ma chiedevano prove del fatto che il commercio, o almeno la visione che di esso aveva il WTO, portasse benefici ai poveri, ai lavoratori e all’ambiente nei loro paesi e in quelli in via di sviluppo. Il mondo sta ancora aspettando queste prove, che non potranno mai essere fornite perché non esistono; per questo motivo i dimostranti si recarono a Seattle, per richiamare il WTO alle proprie responsabilità. La loro frustrazione era accresciuta dalla disparità di forze, sbilanciate a favore di una parte che comprendeva dirigenti aziendali, associazioni commerciali, ministri di governo, molti mezzi d’informazione, azionisti e il WTO stesso.

Dal punto di vista dei partecipanti alla protesta, il WTO stava dando gli ultimi ritocchi a una manovra finanziaria che avrebbe trasferito ricchezza a una piccola parte delle popolazioni dei paesi ricchi, spacciandola per una liberalizzazione degli scambi commerciali. I presupposti alla base del fondamentalismo commerciale sono così pervasivi che hanno iniziato a essere confusi con i fatti. Presso il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e il WTO lavorano molti macroeconomisti convinti che non esistano realtà come la disoccupazione involontaria, perché nei loro modelli la domanda eguaglia sempre l’offerta.

Per questi depositari della verità, i mercati costituiscono dei meccanismi perfettamente calibrati, che funzionano sempre; di conseguenza, aberrazioni economiche come disoccupazione, povertà o malnutrizione devono essere causate da fattori esterni. Secondo questa teoria, i mercati bilanciano domanda e offerta, e quindi una eventuale mancanza di equilibrio è causata da regole o restrizioni. In base a questa logica, sono i sindacati e i salari alti a determinare la disoccupazione, mentre la povertà è il risultato di alte tasse imposte a persone che povere non sono.3 In questo mondo alla rovescia, l’idealismo nuoce alla società e l’avidità porta benefici ai bisognosi.

Quelli che contestano l’inevitabilità di imprese multinazionali per soddisfare la maggior parte delle nostre esigenze materiali e lavorative sono considerati fuori moda e nostalgici. Tuttavia, come sa bene anche il più accanito difensore del libero mercato, il cronista del New York Times Thomas Friedman, “la mano invisibile del mercato non funzionerebbe mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non avrebbe avuto successo senza McDonnell Douglas. Il pugno nascosto che mantiene sicuro il mondo, permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare, si chiama esercito, aeronautica, marina e corpo dei Marine degli Stati Uniti”.4

Naturalmente, la globalizzazione possiede alcuni effetti potenzialmente positivi, fra cui la scomparsa dei confini politici che causano esclusioni tra gli individui, un aumento della trasparenza delle azioni dei politici, la comunicazione fra le persone di tutto il mondo e, in generale, molte nuove opportunità d’impiego, di istruzione e di guadagno. Eppure, tali benefici nascondono degli svantaggi: sfruttamento di risorse e lavoratori, cambiamenti climatici, inquinamento, distruzione delle comunità e diminuzione della diversità biologica. Il sistema commerciale globalizzato ha perso la resilienza economica, ovvero la capacità delle economie regionali di resistere a cicli di rapida crescita e di recessione. Inoltre, anche la sicurezza economica è scomparsa. Quando le comunità dipendono quasi interamente da fonti di produzione lontane migliaia di chilometri, se non addirittura continenti interi, esse diventano città fantasma delimitate da fastfood e giganteschi hard discount.

Inoltre, un’attenzione eccessiva per la creazione di benessere nasconde la creazione di povertà. Fra tutti i paesi, gli Stati Uniti sono quelli che più appoggiano la liberalizzazione degli scambi commerciali come mezzo per migliorare il benessere sociale di un paese, politica nota come il “Washington Consensus”. Il lato ironico dell’eccessiva enfasi americana sull’ideologia del libero mercato consiste nel fatto che essa è miseramente fallita proprio nel paese che l’ha sostenuta più ardentemente. Gli Stati Uniti possiedono il peggior stato sociale di tutti i paesi sviluppati del mondo, peggiore anche di quello di molti paesi in via di sviluppo. In base a quasi tutti i parametri del benessere, gli Stati Uniti si trovano agli ultimi posti: sono primi per numero di persone in carcere (726 carcerati ogni 100.000abitanti, contro i 91 della Francia e i 58 del Giappone);5 primi per numero di adolescenti incinte, per uso di droghe, per numero di bambini che soffrono la fame, per povertà, analfabetismo, obesità, diabete, uso di antidepressivi, disparità di reddito, violenza, decessi per armi da fuoco, spese militari, produzione di rifiuti pericolosi, denunce di stupri e per la scarsa qualità del sistema scolastico (gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo, oltre all’Iraq, in cui le scuole sono dotate di metal detector). Possiedono il più alto deficit commerciale in proporzione al reddito nazionale e, dal 1984 a oggi, le imprese hanno licenziato oltre 30 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali sono stati relegati a svolgere lavori sottopagati. Quando un sistema commerciale uniforme travolge il mondo, i rialzi monetari vengono chiamati PIL, ma le perdite subite, anche nell’Occidente industrializzato e in quantità minore nel Terzo Mondo, non vengono conteggiate, come se una persona registrasse le vendite ma ignorasse i furti nel magazzino sul retro.

La teoria sottesa alla liberalizzazione degli scambi commerciali è ingannevole e, come tale, indiscutibile: se i paesi poveri possedessero più denaro e libertà, ognuno dovrebbe trarne beneficio e l’aumentato flusso di merci dovrebbe migliorare la vita di tutti. A coloro che criticano i salari bassi e le pessime condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo, i difensori del libero mercato rispondono che la libertà e la prosperità richiedono tempo e sacrifici; ma il tempo e i sacrifici di chi? I critici vedono un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere, non una diffusione della libertà. Le duecento imprese più grandi possiedono il doppio dei beni dell’80% della popolazione mondiale e questo patrimonio cresce cinque volte più velocemente del reddito della maggior parte del pianeta. La ricchezza sale dal basso verso l’alto, dai poveri ai ricchi.

[omissis]


Il WTO cerca di proteggere gli affari e la crescita, non le persone e l’ambiente, sulla base dell’ipotesi che più un paese diventerà ricco, più sarà in grado di difendere i suoi abitanti e il suo ambiente.
Non è così. A Seattle, le persone più eloquenti e rumorose non protestavano contro la globalizzazione in sé, ma contro ciò che, attualmente (e, pensano, inevitabilmente), essa implica, ovvero il controllo da parte delle imprese dei beni comuni, che comprendono il genoma umano, le sementi, l’acqua, il cibo, le onde radio, i mezzi d’informazione e molti altri. In senso lato, i beni comuni includono cultura, luogo, autodeterminazione e democrazia. Le proteste di Seattle esprimevano l’esigenza delle persone di veder riconosciuta la loro posizione e di aver voce in capitolo all’interno delle comunità e delle fabbriche. Queste persone non formavano un movimento antiglobalizzazione, piuttosto cercavano di dare vita a una “globalizzazione dal basso”. Le imprese di proprietà pubblica diffondono una menzogna non detta: che il capitale abbia diritto di crescere e che tale diritto sia più importante dei diritti delle persone, delle comunità e delle culture. Tuttavia, le imprese altro non sono che una nostra emanazione: azionisti, fondi pensione, sovvenzioni e fiduciari esigono il massimo rendimento. I contestatori di Seattle sostenevano che il mondo non riuscirà a garantire sostenibilità ed equità se le politiche commerciali e aziendali continueranno a distruggere le economie locali. Il cambiamento delle economie mondiali ha fornito i mezzi per esprimere il disaccordo, ma il dibattito è reso impossibile dallo sbilanciamento dei poteri. La maggior parte delle economie e dei governi del mondo è controllata delle imprese, che sembrano stringere sempre di più la loro presa; al contempo, lo stesso mondo appare sempre più fuori controllo. Il fatto che il pianeta sia regolato delle multinazionali significa la perdita della diversità economica e culturale. Lo storico Arnold Toynbee ammoniva che la civilizzazione è un processo e non una condizione, e che la crescita dell’uniformità segna in maniera consistente il suo declino.


Molti racconti sulle dimostrazioni di Seattle parlano di “sommosse”, anche se il 99,9% dei dimostranti era non violento.
Una persona intraprende il cammino della resistenza non violenta quando non esiste una via di dialogo. Questa filosofia si chiama satyagraha. È una scelta deliberata e spesso l’ultima possibile, e chiunque abbia mai marciato verso poliziotti armati, cani ringhiosi o militari armati sa quanto sia terrificante affrontare queste minacce con le mani alzate. Essere colpiti da un altro essere umano senza opporre resistenza è in conflitto con l’istinto di sopravvivenza e attiva le ghiandole surrenali. Proteggersi senza rispondere, vedere chi ti colpisce come un amico, invece che come un nemico, è una sfida estremamente impegnativa. Questo tipo di risposta non è passivo, né debole. Gandhi affermò di essere riuscito ad apprezzare la non violenza solo dopo essersi liberato della viltà. A Seattle non ci fu una sommossa. Durante una sommossa, le persone rispondono combattendo. Nel pomeriggio e nel corso della nottata, il centro di Seattle si trasformò in uno scenario surreale. Marciatori improvvisati imitavano i suonatori militari di pifferi e tamburi della Rivoluzione americana utilizzando, come strumenti, barili da 20 litri vuoti. Alcuni dimostranti ballavano su cassonetti dell’immondizia incendiati dalle granate lacrimogene (le stesse impiegate a Waco, Texas, contro i Branch Davidian). Malgrado il loro numero diminuisse rapidamente, 1.500 dimostranti mantennero il loro posto, rimanendo seduti davanti alla polizia, le mani alzate in segno di pace, sopportando gas lacrimogeni, spray al pepe e sfollagenti. Non appena qualcuno si ritirava per essere medicato, un altro manifestante lo sostituiva. A un certo punto del pomeriggio, le corrispondenze dei giornalisti dal meeting del WTO cessarono, in quanto tutta l’attenzione dei mezzi d’informazione si concentrò su quello che stava avvenendo per strada.

Per le nove di sera, l’ordine della polizia di sgomberare il centro di Seattle era stato eseguito, ma alcuni poliziotti, forse reclute fresche provenienti da qualche città remota, non vollero fermarsi. Diedero la caccia ai dimostranti nelle aree vicine, dove era difficile distinguere i primi dai cittadini (la maggior parte dei manifestanti era infatti di Seattle) e iniziarono ad attaccare passanti, residenti e pendolari. Spararono lacrimogeni contro gli autobus. Tirarono fuori dalla sua auto un membro del Consiglio municipale di Seattle e cercarono di arrestarlo. Quando, all’una e trenta della notte di mercoledì, il presidente Bill Clinton si diresse a tutta velocità dall’aeroporto all’Hotel Westin, il corteo di auto attraversò una città le cui finestre erano state coperte con assi di legno, mentre le strade erano presidiate dalla polizia e sorvolate dagli elicotteri. Michael Meacher, ministro dell’ambiente del Regno Unito, in seguito affermò: “Ciò che non avevamo previsto era il dipartimento di polizia di Seattle, che da solo riuscì a trasformare una protesta pacifica in una sommossa”.


Il giorno prima degli incontri dei ministri, Madeleine Bunting pubblicò un servizio sul Guardian Weekly: “Dal meeting WTO a Seattle questa settimana aspettatevi racconti di anarchici dai capelli colorati, con piercing e tatuaggi. Sentiremo parlare dell’ala ribelle dell’ambientalismo e dell’anarchia, infiltrata tra i 150.000 dimostranti, contro cui si stanno preparando la polizia di Seattle e l’FBI … Un modo colorito per raccontare un summit commerciale noioso e difficile, ma anche una grossolana distorsione di un evento cruciale. I dimostranti di Seattle non possono essere liquidati come svitati; sarebbe poi difficile definire come estremisti WWF, Oxfam, Royal Society for the Protection of Birds o molti degli altri 1.200 gruppi di ambientalisti, di sviluppo e dei diritti umani, che hanno firmato una petizione al WTO prima di questo meeting. Ciò che risulta davvero deprimente è che questa distorsione è al servizio di un solo interesse. Questa settimana, l’astuto amministratore delegato di una multinazionale dovrà sopportare un po’ di gas lacrimogeno prima del suo pranzo a base di aragosta. Sarà per lui l’opportunità perfetta per liquidare come fanatici tutti coloro che lo criticano …”.8

La premonizione di Madeleine Bunting si rivelò esatta: l’azione inaspettata riscosse vasta eco in tutto il mondo e fu descritta come una minaccia per lo stesso stato/nazione. Una schiera di giornalisti stupiti si mise al lavoro, espresse indignazione e puntò il dito contro gli arroganti e viziati ragazzini bianchi. Thomas Friedman, nel suo articolo del 1° dicembre, scrisse che i dimostranti erano “un’arca di Noè di sostenitori della teoria della Terra piatta, sindacati protezionisti e yuppy che cercano il loro evento in stile anni Sessanta”. In realtà, i dimostranti erano sì anarchici, ma organizzati, educati e determinati. La maggior parte di loro erano attivisti dei diritti umani, del lavoro, suore, rappresentanti delle popolazioni indigene, credenti, operai siderurgici e agricoltori. Erano attivisti per le foreste, ambientalisti, operatori per la giustizia sociale, studenti e insegnanti. Erano cittadini.

[omissis]

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June 14, 2009 - 1:20 PM Nessun Commento

2.5 – Riconnettersi al Pianeta. Responsabilità collettiva ed individuale. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 54 (11 righe),  55 (16 righe), 56, 57, 58, 59]

[omissis]

Oggi ci troviamo davanti al dilemma di quale standard costituirà la prova più significativa di progresso. Sarà la semplice misura dell’accumulo di beni materiali, come il PIL, o saranno la salute del pianeta e dei suoi abitanti? Giustizia sociale e cura della Terra procedono in parallelo: un abuso in un campo comporta uno sfruttamento nell’altro. Gli schiavi, i servitori e poveri sono le foreste, il suolo e gli oceani della società; ognuno di essi rappresenta un plusvalore ripetutamente sfruttato da coloro che detengono il potere, governi o multinazionali che siano.

Il nostro destino dipende da come concepiremo e tratteremo ciò che rimane dei plusvalori del pianeta – le terre, gli oceani, la diversità delle specie e le persone.

[omissis]

In molte culture indigene non esiste una separazione fra movimento sociale e movimento ambientalista, perché ambiente e società non si sono mai separati. Ogni singola particella, ogni pensiero e ogni essere vivente, persino i nostri sogni, sono l’ambiente; ciò che facciamo al nostro prossimo si riflette sulla Terra, esattamente come ciò che facciamo alla Terra si riflette nelle nostre malattie e nella nostra insoddisfazione.

C.S. Lewis ha scritto:

Ciò che noi chiamiamo potere dell’uomo sulla natura si rivela essere potere dell’uomo sull’uomo per mezzo della natura”.

A causa di questa frattura fra esseri umani e natura, nel movimento giustizia sociale e ambientalismo si sono sviluppati separatamente, ognuno con la sua storia. Le culture indigene forniscono le basi per comprendere le due parti come una sola.


Diversamente dalle culture indigene, i cui mondi sono localizzati, intimi e familiari, noi viviamo nell’era dei giganti. In un solo giorno estraiamo dal suolo 85 milioni di barili di petrolio e li bruciamo. Nello stesso giorno, riversiamo nell’atmosfera i residui di oltre 12 miliardi di chili di carbone. Cento milioni di sfollati vagano sulla Terra senza una casa. Un’azienda, WalMart, dà lavoro a 1,8 milioni di persone. Nel 2006 i profitti di ExxonMobil sono ammontati a circa 40 miliardi di dollari, una cifra sufficiente a fornire acqua potabile al miliardo di persone che non ce l’ha. Abbiamo sterminato il 90% di tutti i grandi pesci degli oceani. La casa di Bill Gates ha una superficie di più di 6.000 metri quadrati e costa circa 100 milioni di dollari. Non sorprendentemente, in questo mondo così instabile e mal organizzato le persone non sanno di contare, di avere un valore.

Una civiltà globale sana non può essere costruita senza mattoni intagliati nei diritti e nel rispetto. Per gli esseri umani i significati sono costituiti da eventi, ricordi e piccoli atti di dignità: doni che raramente provengono dalle istituzioni e mai dalla teoria. A mano a mano che le più piccole componenti del mondo si saldano in una totalità globalizzata, l’unica cosa che non possiamo più permetterci è la grandiosità. Ciò significa smantellare bombe, grandi dighe, ideologie, contraddizioni, guerre e grandi errori.21

Nel mezzo di un ritrovo mondiale di siffatti giganti, persone normali e speciali stanno ricostruendo la nozione di essere umano. Si organizzano nel più grande movimento della storia del mondo, un movimento che vive solo tramite una persona per volta.

Come si diventa un ambientalista o un difensore dei diritti umani? Non esistono missionari. Non esistono inserzioni che offrano lezioni. Le persone coinvolte devono compiere da sole un lavoro di elaborazione e trovare colleghi che facciano loro da guida. I movimenti sono espressioni di un cambiamento di atteggiamento e il modo in cui un singolo arriva a comprendere la sua responsabilità verso una totalità più grande rappresenta un’esperienza unica. Tutte le organizzazioni per la giustizia sociale possono far risalire le loro origini a circa 220 anni fa, quando tre quarti del mondo era ridotto in una forma o l’altra di schiavitù. Nel 1787, una dozzina di persone iniziò a riunirsi in una piccola tipografia londinese per abolire il redditizio commercio degli schiavi. Venivano insultate e scacciate da uomini d’affari e politici. Si diceva che le loro idee folli avrebbero distrutto l’economia inglese, lo sviluppo e i posti di lavoro, sarebbero costate troppo e avrebbero abbassato gli standard di vita. Inoltre, i critici facevano notare che l’abolizione era promossa da un piccolo gruppo di provocatori ed estremisti che non avevano alcuna esperienza di commercio o affari.22 Alla fine, l’audacia di questa prima espressione di società civile fu ricompensata e, sessant’anni dopo, la schiavitù fu abolita per legge praticamente ovunque.

Oggi il mondo si trova davanti a un compito molto più difficile dell’abolizione della schiavitù: prevenire perdite irreversibili nella capacità del pianeta di supportare la vita. Le argomentazioni contro l’abolizione della schiavitù enunciate nel Palazzo del Parlamento alla fine del XVIII secolo sono identiche a quelle utilizzate oggi per spiegare perché la nostra economia non può passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, perché non è possibile offrire a tutti posti di lavoro con un salario minimo garantito o difendere i cieli, le foreste e le risorse idriche.23

Se vogliamo sopravvivere, ogni cittadino deve concorrere a raggiungere questo obiettivo, e ciò non sarà possibile se non interromperemo questa guerra mondiale ai poveri e se non avvieremo un percorso di ripresa che porti rispetto, dignità e autostima per tutti.

Nel bene e nel male, occupiamo oggi un pianeta umano, e guidiamo molte delle sue forze evolutive. Il clima non è solo un processo a cui siamo soggetti, ma anche una serie di dinamiche complesse di cui siamo diventati involontariamente e improvvisamente responsabili. Le azioni umane influiranno sul destino di tutti gli esseri viventi, perché non esiste un luogo sul pianeta da cui le nostre attività sono assenti. Anche se gli alti livelli di corruzione e violenza che ci colpiscono dai titoli dei quotidiani indicano altrimenti, possiamo essere grati del fatto che l’umanità sia in grado di imparare.

Il 15 febbraio 2003, in ottocento città di tutto il mondo, tra i 6 e i 10 milioni di persone scesero in piazza per protestare contro l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Fu la più grande dimostrazione pubblica organizzata della storia, con 2 milioni di manifestanti nella sola Roma.

Due giorni dopo, sul New York Times, Patrick Tyler scrisse che le dimostrazioni erano “un promemoria del fatto che sul pianeta esistono ancora due superpoteri: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale”. Fu una buona battuta e altri la colsero al volo, dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan a Jonathan Schell. È tuttavia possibile mettere a confronto in maniera appropriata le due entità? Sulla Terra c’è un solo superpotere, in base alle definizioni degli indici di potere militare e finanziario; paragonato ad esso, il movimento appare povero e disarmato, ma è guidato da una forza interiore, un’energia dal basso che si potrebbe definire come una risposta fisiologica della nazione. Probabilmente, chiunque legga questo libro è parte di tale forza, anche se indirettamente.

Vedere le cose invisibili che ci stanno davanti richiede un’evoluzione delle nostre concezioni di potere e cambiamento. Una ben nota battuta in campo biologico dice che una gallina è il mezzo di un uovo per fare un altro uovo. In egual modo, siamo stati noi a coltivare le piante per creare l’agricoltura o sono state le piante a utilizzare gli agricoltori per farsi coltivare? Da un punto di vista coevoluzionista, entrambe le affermazioni sono vere. Qual è la differenza fra uno scoiattolo che seppellisce le ghiande nella foresta e gli esseri umani che piantano patate in tutto il mondo? Chi è il padrone e chi il servitore? Chi fornisce alimentazione, le ghiande e le patate o chi le coltiva? L’evoluzione non è un progetto o una volontà; è piuttosto il risultato di tentativi effettuati in maniera costante da organismi che desiderano sopravvivere e migliorarsi.24 Il risultato complessivo è bellissimo, pieno di contraddizioni ed estremamente interessante, anche se molto caotico.

L’evoluzione si sviluppa dal basso verso l’alto e lo stesso fa la speranza. Quando un incendio distrugge una foresta, le specie e le piante che scompaiono ricompariranno con il trascorrere del tempo. I semi, che sono rimasti dormienti per decenni e che germinano solo se esposti a calore intenso, si risvegliano, tirano fuori le foglie e, in primavera, i boccioli. Queste piante possono essere dotate di fittoni profondi che estraggono i minerali o di foglie larghe che creano un tetto che protegge lo strato superficiale del terreno da sole e pioggia. Più antica è la foresta, maggiore è la sua resilienza, ovvero la sua capacità di rigenerarsi. L’umanità è più antica della più antica foresta. La sua capacità di adattamento e di resilienza è ampiamente sottostimata. L’evoluzione è ottimismo in azione.


Il destino dell’umanità è quello di essere costretta a migliorarsi. Questo libro cerca di capire se una parte significativa dell’umanità ha trovato una nuova serie di tratti adattivi e narrazioni più affascinanti dei fondamentalismi ideologici che hanno provocato così tanta sofferenza agli esseri umani. I racconti ripetuti troppe volte iniziano a perdere efficacia, esattamente come succede alle società, ma l’umanità può anche dare vita a storie nuove.

Come scrive William Kittredge:

“una società, in grado di darsi un nome, vive nelle sue storie, le arreda e le abita. Saliamo sulle storie come su zattere, o le dispieghiamo su un tavolo come mappe. Esse falliscono sempre, alla fine, e devono essere reinventate. Il mondo è troppo complesso per i nostri schemi, soprattutto se deve rientrarci per lungo tempo”.25

Quante nuove narrazioni e nuovi gruppi saranno necessari prima che il mondo riconosca la sua capacità evolutiva e non solo la sua bassezza?

Le storie sono più grandi di noi, e la loro vastità ci regala una certa flessibilità per sognare. È per questo che gli occhi dei bambini si illuminano e guardano lontano quando leggiamo loro i racconti di elfi, re ed Ent. Le nostre famiglie e comunità creano un legame fra noi e le narrazioni vecchie e nuove, guidandoci a “imparare nella luce”.

Questo movimento costituisce una nuova forma di comunità e di storia.

In quale punto della nostra storia futura l’esistenza di organizzazioni guidate da 2, 3 o 5 milioni di cittadini ci renderà consapevoli della possibilità di aver cambiato significativamente le modalità con cui gli esseri uma
ni si organizzano e si governano?

Quali sono le caratteristiche necessarie per la leadership, quando il potere si origina dal basso invece di scendere dall’alto?

Che aspetto ha una democrazia in cui il potere non è detenuto da un minoranza?

Cosa cerca un mondo in cui le soluzioni ai nostri problemi arrivano dal basso?

Cosa accadrà se entriamo in una fase di transizione dello sviluppo umano, in cui ciò che funziona risulta invisibile, perché molti sguardi sono rivolti al passato? Cosa accadrà se alcuni valori fondamentali vengono nuovamente diffusi in tutto il mondo e incoraggiano complesse e significative reti sociali che rappresentano i governi futuri?

Queste sono solo alcune delle domande poste collettivamente da un movimento che deve ancora riconoscersi come tale.

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June 10, 2009 - 8:45 PM Nessun Commento

2.3 – Ideologie e religioni. Controllo e divisioni. Unità e diversità. 1 Commento

[Capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 46 (9 righe), 47, 48, 49, 50, 51 (21 righe), 52, 53 (3 righe)]

Un’altra ragione che spiega la difficoltà di identificare il movimento consiste nel fatto che esso non costituisce l’elaborazione di una particolare ideologia. Per la prima volta nella storia, un grande movimento sociale non è tenuto insieme da un “ismo. Ciò che lo unisce sono le idee, non le ideologie. C’è una grande differenza fra le due: le idee fanno domande e liberano; le ideologie giustificano e comandano.11 In generale, un’ideologia nasce da un insieme di convinzioni elaborate da una persona. Tali convinzioni diventano un “ismo” quando adepti, seguaci e factotum creano un’organizzazione per controllare e diffondere ciò che a questo punto è diventato un intreccio di realtà e di fede.

A mano a mano che crescono, i movimenti ideologici si dividono e si suddividono. Nel mondo cristiano, per esempio, dapprima vi furono gli gnostici, gli ebrei cristiani e i cristiani paolini. Nell’XI secolo, le chiese ortodosse orientali si divisero dalla chiesa cattolica sull’argomento della supremazia del papa. Nel 1517, Martin Lutero affisse le sue 95 Tesi sulla porta della chiesa dell’università di Wittenberg, e il suo gesto segnò l’inizio del movimento della Riforma e la nascita delle confessioni protestanti, che presto inclusero mennoniti, luterani, battisti, anabattisti, zwinglianisti, puritani, presbiteriani, anglicani e calvinisti. Nel 1618, poco più di cent’anni dopo la protesta di Lutero, ebbe inizio la Guerra dei trent’anni, un conflitto fra cattolici e protestanti che portò alla morte di cinque milioni di tedeschi, un terzo della popolazione, molti dei quali contadini. Attualmente, negli Stati Uniti esistono più di mille confessioni cristiane. Altri significativi esempi di settarismo esistono tra i musulmani sciiti e sunniti, che spesso sono violentemente divisi. Fra i suoi ranghi, il marxismo annovera i leninisti, i trotzkisti, gli stalinisti, i krusceviti e i maoisti.

Nel XIX secolo sono nate grandi ideologie, che hanno dominato le nostre convinzioni su cosa è vero, cosa falso e persino su cosa è possibile nel XX secolo. I leader hanno utilizzato le più disparate ideologie – comunismo, capitalismo, populismo, materialismo, fondamentalismo, imperialismo, colonialismo e socialismo – per sostenere i loro regimi, reclutare i loro eserciti e difendere le loro politiche. Le tre più grandi, capitalismo, socialismo e comunismo, hanno lottato, durante il XX secolo, per il controllo delle nostre menti, dei territori e delle risorse e ora sono state sostituite da terrorismo e fondamentalismo economico e religioso.12

Dato che siamo stati educati a credere che la salvezza si trovi nelle dottrine di un singolo sistema, risultiamo degli ingenui che si lasciano facilmente influenzare da ipocrisie e falsità. Le ideologie sfruttano queste debolezze e le trasformano in fedeltà cieca invece di favorire l’evoluzione naturale e il fiorire di idee nuove e differenti tra loro.

Ecologi e biologi sanno che un sistema diventa stabile e sano proprio grazie alla diversità e non all’uniformità. Il punto di vista degli ideologi è esattamente l’opposto.

La fine del XX secolo ha visto il crollo delle grandi ideologie; quel vuoto viene ora riempito da varie forme di populismo, che invocano la Bibbia, Allah, Ram, il nazionalismo o il libero mercato per legittimarsi. Neoconservatori, integralisti islamici, Christian right e fondamentalisti economici condividono la capacità di fornire alle persone dei surrogati delle ideologie che sono venute a mancare.13

Tali gruppi agiscono aggressivamente a nome nostro perché, affermano, sanno cosa è meglio per noi. Gli integralisti islamici vedono chi si oppone alla loro visione teocratica come un infedele, che è legittimo uccidere. I membri della Christian right considerano i non cristiani come bisognosi di essere salvati, bisognosi di quella redenzione che solo le leggi di Dio possono portare e che solo loro comprendono a fondo. I neoconservatori credono che il potere non possa essere affidato ai cittadini normali e che un piccolo gruppo di individui superiori dovrebbe guidare la maggioranza inferiore, utilizzando la religione e la perenne minaccia della guerra per creare un villaggio Potëmkin di populismo. I sostenitori della globalizzazione guidata dalle imprese vogliono imporre le loro regole e i loro precetti, basati sulle leggi di mercato, all’intero pianeta, senza tener conto della diversità di luoghi, storie e culture, nella convinzione che lo sviluppo economico sia un bene essenziale, possibilmente minimizzando o eliminando eventuali interferenze governative.


Questi gruppi hanno in comune un’avversione di base per la democrazia e cercano il proprio vantaggio, non il consenso generale. Così come la religione crea Dio a sua propria immagine, gli pseudo populisti intendonocreare un mondo che rispecchi le loro immaginazioni ristrette.

In “Saggi impopolari”, Bertrand Russel ha scritto: “L’uomo è un animale credulone e deve credere in qualcosa. In assenza di buone basi per le sue convinzioni, si accontenterà di basi cattive”. Ogni tipo di pseudo populismo nasce per salvare i suoi adepti dall’assenza di una struttura morale o sociale, il che significa che ci si aspetta che noi, anche se non riusciamo a comprenderlo a pieno, riponiamo in lui la nostra totale fiducia. Anche se queste organizzazioni pseudo populiste sono relativamente piccole, esse operano al fine di influenzare governi, suscitare terrore e controllare larghe somme di capitali. Nessuna di esse riscuote un ampio seguito, ma il sostegno, anche se piccolo, è estremamente intenso. In un contesto globale, tutte queste organizzazioni si trovano ai vertici più ristretti e tutte muovono le leve chiave del potere.

La civilizzazione globale è messa a rischio da tutti questi “ismi”. Nei prossimi secoli mancherà una stabilità climatica, la povertà aumenterà, gli stock ittici crolleranno, le metropoli pulluleranno di rifugiati dalle campagne, le falde freatiche diminuiranno e fame e malnutrizione cresceranno, anche nei paesi più ricchi del mondo. Il XX secolo ha visto il più alto tasso di distruzione ambientale della storia. È stato anche quello più crudele, duro e sanguinario: ottanta milioni di persone sono state massacrate dall’inizio del secolo fino alla Seconda guerra mondiale; da allora, più di 23 milioni di persone (per la maggior parte civili) sono stati uccisi inoltre 149 conflitti.14

Ricerche interminabili speculano sulla guerra, mentre al mantenimento della pace viene dedicato veramente poco. Studiamo diverse forme di avidità, fra cui raffinate scienze economiche, ma raramente ci occupiamo di armonizzare i bisogni dell’umanità. Per ogni dollaro destinato alle forze di pace dell’ONU, le nazioni membro spendono 2.000 dollari per la guerra. Quattro dei cinque membri del Consiglio disicurezza delle Nazioni Unite, che ha potere di veto su tutte le risoluzioni dell’ONU, sono fra i più grandi commercianti di armi al mondo: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Russia.15


In contrasto con le lotte ideologiche, che attualmente dominano gli eventi globali e le singole identità, è sorto un ampio movimento non ideologico, che non fa appello alle fantasiose volontà delle masse, ma persegue invece le esigenze localizzate dei cittadini. Il contributo chiave di questo movimento consiste nel rifiuto di un’unica grande idea, che viene invece sostituita dall’offerta di centinaia di idee pratiche e utili.

Invece di “ismi”, offre processi, coinvolgimento e compassione. Il movimento mostra un lato dell’umanità tenero, forte e generoso. Non tende all’utopia, che di per sé costituisce solo un altro “ismo”, ma è prevalentemente pragmatico.

Soprattutto, questo movimento sfugge a qualsiasi definizione. Le generalizzazioni che cercano di definirlo risultano estremamente imprecise. Comprensibilmente, il movimento si oppone alle tipologie convenzionali. I suoi esponenti liberali sono spesso rigorosi, e quelli conservatori propongono sovente soluzioni radicali. Il movimento sorpassa confini politici antichi e invalicabili. L’idea di utilizzare fonti rinnovabili per ottenere l’indipendenza energetica locale è radicale, conservativa, ecologica, valida economicamente a lungo termine o socialmente equa?

Se esiste un sogno comune a tutto il movimento, malgrado la sua diversità, è quello di un processo: in una parola, la democrazia, ma non quella praticata e corrotta dalle multinazionali e dagli stati moderni. Consiste piuttosto nel reimmaginare un governo pubblico che venga dai singoli luoghi, dalle singole culture e dalle singole persone. Ciò che lega le varie componenti del movi mento è un modus operandiche potrebbe essere chiamato “autonomia della diversità”. Gruppi con visioni diverse e obiettivi distinti cooperano sulle tematiche principali, senza essere subordinati a un altro gruppo. Tuttavia, proprio questa grande diversità, che rappresenta il punto nodale della forza e del successo del movimento, lo rende anche estremamente vulnerabile.


La diversità, benché spesso sinonimo di adattabilità, può ostacolare unità, cooperazione ed efficacia. Sono inevitabili la competizione per posizione e territorio, con conseguente mancanza di collaborazione, soprattutto quando le organizzazioni sono obbligate a contendersi risorse scarse.

Quando piccoli gruppi si accostano al mondo delle giuste cause si sentono “salvatori dell’umanità” e nasce il narcisismo; inoltre, poiché queste organizzazioni sono guidate e gestite da esseri umani, si verificano pettegolezzi, sgarbi e maldicenze. All’interno del movimento si trovano presuntuosi, immaturi e tradizionalisti.

[omissis]

Un movimento diviso da lotte intestine non è in grado di rispondere adeguatamente a problematiche sempre più grandi. Ciò diventa particolarmente evidente nel campo dei cambiamenti climatici. Da una parte l’attuazione pratica di una riduzione energetica diretta deve avvenire su scala locale. Dall’altra, i maggiori cambiamenti e le iniziative politiche, che devono essere intrapresi a livello nazionale e internazionale in materia di trasporti pubblici, finanziamenti alle compagnie petrolifere ed energie rinnovabili, vengono ostacolati dalla corruzione dei politici e da interessi particolari; in tutto ciò, le organizzazioni non riescono a fare fronte unico per opporsi allo strapotere delle multinazionali e delle lobby che operano per mantenere inalterato questo stato delle cose.


Un altro aspetto della diversificazione, che potrebbe rivelarsi negativo, consiste nella grande quantità di cause abbracciate dal movimento, che per questo viene incompreso e ridicolizzato.
Come nella parabola dei ciechi e dell’elefante, è impossibile comprendere a fondo la totalità di un movimento che non riesce a dare un’immagine unica di sé. Descrivendo solo quello che vedono, i mezzi d’informazione usano etichette come ambientalisti, piccoli agricoltori, madri, gruppi tematici, agitatori, contestatori, minoranze, giovani idealisti, “quelli della Prius”, contadini, popolazioni indigene, verdi, accademici, attivisti, nostalgici hippy, liberali e bambini. Quando i mezzi d’informazione cominciarono a occuparsi del movimento per il suffragio delle donne, Elizabeth Cady Stanton scrisse: “Tutti i giornalisti, dal Maine al Texas, sembrano contendersi il primato di chi riesce a rendere il nostro movimento più ridicolo”.16

Da allora non è cambiato nulla, ma anche se gli stereotipi fossero veri, non sarebbero comunque completi. Si perdono infatti di vista i valori e le idee che rendono il movimento attivo e sempre più vasto.

I politici e i mezzi d’informazione valutano la forza in base alla capacità d’intaccare la determinazione delle persone, e non dalla vastità di interessi od obiettivi. L’NRA (n.d.r. National Rifle Association, associazione statunitense che tutela i possessori di armi da fuoco) è potente, ma ciò non significa che le persone che lottano contro la tratta degli esseri umani a Burma, la sparizione delle tartarughe marine, la desertificazione e i cambiamenti climatici debbano essere qualificate come inconcludenti.

Se un movimento non difende un obiettivo specifico, spesso viene liquidato come inutile e senza importanza. Chi collega tematiche come inceneritori, sfruttamento dei lavoratori, perturbatori endocrini, inquinamento idrico e distruzione delle cime delle montagne viene accusato di “mettere troppa carne al fuoco”. In realtà, ciò significa “pensare come una montagna”, come suggerisce Aldo Leopold, ovvero percepire la ricca complessità di un sistema e le interconnessioni fra i problemi sociali e ambientali all’interno del sistema stesso. Analizzando in termini sistemici le sfide che stiamo ponendo alla Terra, diventa evidente il valore di permacoltura, microcredito, tasse ambientali, impronta ecologica e commercio equo e solidale.


Di contro, una visione ridotta dei problemi fa sì che le stesse strategie e soluzioni vengano scartate come idealistiche o poco praticabili. Creare organismi geneticamente modificati per combattere la fame, costruire reattori nucleari PBMR per contrastare il riscaldamento globale o dichiarare guerre per instaurare la democrazia sono tutte forme di pensiero che affrontano le odierne problematiche senza risalire alla fonte del problema. In informatica, questi rimedi sono chiamati kludge, espedienti dalla durata limitata usati per riparare difetti, che non risolvono i problemi a monte, ma rimediano agli effetti indesiderati, creando un insieme finale malfunzionante.17

Per affrontare le questioni che affliggono il mondo sarà necessario mettere insieme intelligenza sociale e scienze naturali, due qualità che la politica tradizionale non possiede.


La speranza ancora inespressa di questo movimento è quella di creare una rete di organizzazioni che cercano di risolvere quelle problematiche che attualmente appaiono insolubili: povertà, cambiamenti climatici globali, terrorismo, degrado ecologico, polarizzazione dei redditi, perdita delle culture e molti altri ancora. Il mondo sembra cercare la soluzione con la “S”maiuscola, che è anch’essa parte del problema, mentre le soluzioni più efficaci sono locali e sistemiche.

Anche se i gruppi sono autonomi, il fatto che alcune organizzazioni si uniscano per affrontare una serie di tematiche può costituire un approccio sistemico efficace. Anche se il movimento può apparire imperfetto o ambizioso in maniera ingenua, la sua struttura e le sue tecniche di comunicazione di base possono, a volte, creare una risposta sociale collettiva capace di sfidare qualsiasi istituzione del mondo.


Tuttavia, quanta forza può acquisire un movimento che mette da parte divisioni tribali, statali o nazionali sostituendole con una rete di associazioni prive di un centro? Alcuni credono che per affrontare in maniera significativa le istituzioni politiche ed economiche esistenti il movimento debba coagularsi per offrire un’alternativa perseguibile. Molti altri argomenterebbero che le forme tradizionali e gerarchiche di organizzazione, che esigono un’omogeneità di agende e obiettivi, oggi risultano superate e che questo movimento è precursore di un cambiamento.

La risposta si trova a metà strada e dipende da molti fattori.

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June 8, 2009 - 7:06 PM Commento (1)

1.2 Riconsiderare… Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 1 "Gli inizi"; pag 33 - 22 righe; pag 34 intera; pag 35 - 9 righe]

L’ispirazione non proviene dalle litanie sui danni già fatti; piuttosto, si trova nella disponibilità umana a ricostruire, riparare, ricomporre, ripristinare, recuperare, reinventare e riconsiderare. “Considerare” (con sidere) significa “con le stelle”; riconsiderare significa riunirsi al movimento e ai cicli del cielo e della vita. Qui l’enfasi è posta sulle intenzioni degli esseri umani, dato che gli esseri umani sono fragili e imperfetti. Le persone non sempre sanno leggere e scrivere o sono istruite. Molti individui nel mondo sono poveri e soffrono di malattie croniche. Non sempre i poveri riescono a procurarsi il cibo giusto per un’alimentazione corretta e devono lottare per nutrire ed educare i loro figli. Se persone con tali carichi riescono ad andare oltre le loro difficoltà quotidiane e agire con il chiaro scopo di combattere lo sfruttamento e operare per la ricostruzione, allora si sta preparando qualcosa di veramente potente. Non si tratta solo di poveri, ma di persone di tutte le razze, di tutte le classi sociali e di tutti i luoghi del mondo. “Un giorno finalmente hai capito quel che dovevi fare e hai cominciato, anche se le voci intorno a te continuavano a gridare i loro cattivi consigli”.2 Questa è la descrizione che Mary Oliver fa del passaggio da un’atteggiamento profano a un profondo senso di connessione con il mondo vivente.

Anche se generalmente i telegiornali annunciano la morte di persone a noi estranee, milioni di uomini e donne continuano ad agire proprio in nome di quegli estranei. Questo altruismo ha origini religiose, persino mitiche, e affonda le sue radici nell’estrema concretezza del XVIII secolo. Gli abolizionisti furono il primo gruppo a creare un movimento nazionale e globale per difendere i diritti di persone che non conoscevano. Fino a quel momento, nessun gruppo di cittadini aveva avanzato reclami che non avessero a che fare con i loro stessi interessi.3 I conservatori misero in ridicolo gli abolizionisti, allo stesso modo in cui oggi deridono liberali, progressisti, attivisti e tutti quelli che vogliono risolvere i problemi del mondo, rendendo questi termini dispregiativi. Curare le ferite del mondo e dei suoi abitanti non richiede santità o un partito politico, ma solo buon senso e perseveranza. Non si tratta di un’attività liberale o conservatrice, si tratta di un atto sacro. È un’impresa enorme che cittadini comuni, e non governi autonominati od oligarchie, stanno portando avanti in tutto il mondo.

Moltitudine inarrestabile è un’esplorazione di questo mondo, dei suoi appartenenti, dei suoi scopi e dei suoi ideali. Ne ho fatto parte per decenni e, di conseguenza, non posso affermare di essere come un giornalista distaccato che esamina obiettivamente il suo soggetto. Spero che le pagine che seguono possano essere considerate l’espressione di un ascolto attento.

Il sottotitolo del libro, Come è nato il più grande movimento del mondo e perché nessuno se ne è accorto, è una domanda per cui non esiste una sola risposta. Come quello di chiunque altro, il mio punto di vista si basa su convinzioni accumulate nel tempo e su giudizi arricchiti da una rete di amici e colleghi. In ogni caso, ho scritto questo libro soprattutto per scoprire quello che ancora non so. Parte di ciò che ho appreso riguarda una storia antica che sta riemergendo, ciò che il poeta Gary Snyder chiamava “la grande clandestinità”, una corrente di umanità che risale al Paleolitico, e che affonda le sue radici in guaritori, sacerdotesse, filosofi, monaci, rabbini, poeti e artisti “che parlano a nome del pianeta, delle altre specie, dell’interdipendenza; un flusso vitale che scorre sotto, attraverso e intorno agli imperi”.4

Nello stesso tempo, ho imparato molte cose nuove. I gruppi sono interconnessi, non esiste un parola che descriva esattamente la complessità di questa rete di relazioni.5 Internet e gli altri strumenti di comunicazione hanno rivoluzionato le possibilità, per i piccoli gruppi, di raggiungere dei traguardi e di conseguenza stanno cambiando i luoghi del potere. Sono sempre esistite reti di persone potenti, ma, fino a poco tempo fa, non è mai stato possibile mettere in collegamento il mondo intero.

Moltitudine inarrestabile descrive cosa differenzia questo movimento dai precedenti movimenti sociali, in particolare per quanto riguarda l’ideologia. Le organizzazioni all’interno del movimento sono nate una alla volta, generalmente senza una visione predeterminata del mondo, e si sono date i loro obiettivi prescindendo da qualunque ortodossia. Secondo alcuni storici e analisti, i movimenti esistono solo quando possiedono un nucleo di credenze ideologiche o religiose. Inoltre, non esistono nel vuoto totale: un forte leader caratterizza qualsiasi movimento e spesso ne costituisce il fulcro intellettuale, anche dopo che è morto. Il movimento che descrivo in questo libro, come ho già detto, non si riconosce in nessun leader e, di conseguenza, rappresenta un fenomeno sociale del tutto diverso.

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June 8, 2009 - 1:18 AM Nessun Commento