Moltitudine Inarrestabile (Benedetta Irrequietezza)

Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto

Cap 7.1 – WTO. La globalizzazione e gli eventi di Seattle. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 7 "Fermiamo questo impero"; pag 161,  162, 163 (33 righe), 166 (25 righe), 167, 168, 169 (3 righe)]

Il moderno conservatore … è impegnato in uno dei più antichi esercizi di filosofia
morale dell’essere umano: cercare una superiore giustificazione morale all’egoismo
.
John Kenneth Galbraith1

La Terra non sta morendo, viene uccisa.
E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un cognome.

U. Utah Phillips2

Il 30 novembre 1999 fu il giorno più lungo nella storia di Seattle, il giorno in cui centinaia di piccole organizzazioni di cittadini si riunirono per opporsi alle politiche sempre più antidemocratiche imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Tra le 40.000 e le 60.000 persone e più di settecento gruppi presero parte alla protesta contro la terza Conferenza dei ministri del WTO a Seattle, dando vita a una delle dimostrazioni più dirompenti della storia moderna e, a quel tempo, alla più importante espressione di un movimento civile globale, che contestava quello che i partecipanti alla manifestazione vedevano come un accordo commerciale formulato dalle aziende. I dimostranti e gli attivisti che parteciparono all’evento non si opponevano al commercio in sé, ma chiedevano prove del fatto che il commercio, o almeno la visione che di esso aveva il WTO, portasse benefici ai poveri, ai lavoratori e all’ambiente nei loro paesi e in quelli in via di sviluppo. Il mondo sta ancora aspettando queste prove, che non potranno mai essere fornite perché non esistono; per questo motivo i dimostranti si recarono a Seattle, per richiamare il WTO alle proprie responsabilità. La loro frustrazione era accresciuta dalla disparità di forze, sbilanciate a favore di una parte che comprendeva dirigenti aziendali, associazioni commerciali, ministri di governo, molti mezzi d’informazione, azionisti e il WTO stesso.

Dal punto di vista dei partecipanti alla protesta, il WTO stava dando gli ultimi ritocchi a una manovra finanziaria che avrebbe trasferito ricchezza a una piccola parte delle popolazioni dei paesi ricchi, spacciandola per una liberalizzazione degli scambi commerciali. I presupposti alla base del fondamentalismo commerciale sono così pervasivi che hanno iniziato a essere confusi con i fatti. Presso il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e il WTO lavorano molti macroeconomisti convinti che non esistano realtà come la disoccupazione involontaria, perché nei loro modelli la domanda eguaglia sempre l’offerta.

Per questi depositari della verità, i mercati costituiscono dei meccanismi perfettamente calibrati, che funzionano sempre; di conseguenza, aberrazioni economiche come disoccupazione, povertà o malnutrizione devono essere causate da fattori esterni. Secondo questa teoria, i mercati bilanciano domanda e offerta, e quindi una eventuale mancanza di equilibrio è causata da regole o restrizioni. In base a questa logica, sono i sindacati e i salari alti a determinare la disoccupazione, mentre la povertà è il risultato di alte tasse imposte a persone che povere non sono.3 In questo mondo alla rovescia, l’idealismo nuoce alla società e l’avidità porta benefici ai bisognosi.

Quelli che contestano l’inevitabilità di imprese multinazionali per soddisfare la maggior parte delle nostre esigenze materiali e lavorative sono considerati fuori moda e nostalgici. Tuttavia, come sa bene anche il più accanito difensore del libero mercato, il cronista del New York Times Thomas Friedman, “la mano invisibile del mercato non funzionerebbe mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non avrebbe avuto successo senza McDonnell Douglas. Il pugno nascosto che mantiene sicuro il mondo, permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare, si chiama esercito, aeronautica, marina e corpo dei Marine degli Stati Uniti”.4

Naturalmente, la globalizzazione possiede alcuni effetti potenzialmente positivi, fra cui la scomparsa dei confini politici che causano esclusioni tra gli individui, un aumento della trasparenza delle azioni dei politici, la comunicazione fra le persone di tutto il mondo e, in generale, molte nuove opportunità d’impiego, di istruzione e di guadagno. Eppure, tali benefici nascondono degli svantaggi: sfruttamento di risorse e lavoratori, cambiamenti climatici, inquinamento, distruzione delle comunità e diminuzione della diversità biologica. Il sistema commerciale globalizzato ha perso la resilienza economica, ovvero la capacità delle economie regionali di resistere a cicli di rapida crescita e di recessione. Inoltre, anche la sicurezza economica è scomparsa. Quando le comunità dipendono quasi interamente da fonti di produzione lontane migliaia di chilometri, se non addirittura continenti interi, esse diventano città fantasma delimitate da fastfood e giganteschi hard discount.

Inoltre, un’attenzione eccessiva per la creazione di benessere nasconde la creazione di povertà. Fra tutti i paesi, gli Stati Uniti sono quelli che più appoggiano la liberalizzazione degli scambi commerciali come mezzo per migliorare il benessere sociale di un paese, politica nota come il “Washington Consensus”. Il lato ironico dell’eccessiva enfasi americana sull’ideologia del libero mercato consiste nel fatto che essa è miseramente fallita proprio nel paese che l’ha sostenuta più ardentemente. Gli Stati Uniti possiedono il peggior stato sociale di tutti i paesi sviluppati del mondo, peggiore anche di quello di molti paesi in via di sviluppo. In base a quasi tutti i parametri del benessere, gli Stati Uniti si trovano agli ultimi posti: sono primi per numero di persone in carcere (726 carcerati ogni 100.000abitanti, contro i 91 della Francia e i 58 del Giappone);5 primi per numero di adolescenti incinte, per uso di droghe, per numero di bambini che soffrono la fame, per povertà, analfabetismo, obesità, diabete, uso di antidepressivi, disparità di reddito, violenza, decessi per armi da fuoco, spese militari, produzione di rifiuti pericolosi, denunce di stupri e per la scarsa qualità del sistema scolastico (gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo, oltre all’Iraq, in cui le scuole sono dotate di metal detector). Possiedono il più alto deficit commerciale in proporzione al reddito nazionale e, dal 1984 a oggi, le imprese hanno licenziato oltre 30 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali sono stati relegati a svolgere lavori sottopagati. Quando un sistema commerciale uniforme travolge il mondo, i rialzi monetari vengono chiamati PIL, ma le perdite subite, anche nell’Occidente industrializzato e in quantità minore nel Terzo Mondo, non vengono conteggiate, come se una persona registrasse le vendite ma ignorasse i furti nel magazzino sul retro.

La teoria sottesa alla liberalizzazione degli scambi commerciali è ingannevole e, come tale, indiscutibile: se i paesi poveri possedessero più denaro e libertà, ognuno dovrebbe trarne beneficio e l’aumentato flusso di merci dovrebbe migliorare la vita di tutti. A coloro che criticano i salari bassi e le pessime condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo, i difensori del libero mercato rispondono che la libertà e la prosperità richiedono tempo e sacrifici; ma il tempo e i sacrifici di chi? I critici vedono un’ulteriore concentrazione di ricchezza e potere, non una diffusione della libertà. Le duecento imprese più grandi possiedono il doppio dei beni dell’80% della popolazione mondiale e questo patrimonio cresce cinque volte più velocemente del reddito della maggior parte del pianeta. La ricchezza sale dal basso verso l’alto, dai poveri ai ricchi.

[omissis]


Il WTO cerca di proteggere gli affari e la crescita, non le persone e l’ambiente, sulla base dell’ipotesi che più un paese diventerà ricco, più sarà in grado di difendere i suoi abitanti e il suo ambiente.
Non è così. A Seattle, le persone più eloquenti e rumorose non protestavano contro la globalizzazione in sé, ma contro ciò che, attualmente (e, pensano, inevitabilmente), essa implica, ovvero il controllo da parte delle imprese dei beni comuni, che comprendono il genoma umano, le sementi, l’acqua, il cibo, le onde radio, i mezzi d’informazione e molti altri. In senso lato, i beni comuni includono cultura, luogo, autodeterminazione e democrazia. Le proteste di Seattle esprimevano l’esigenza delle persone di veder riconosciuta la loro posizione e di aver voce in capitolo all’interno delle comunità e delle fabbriche. Queste persone non formavano un movimento antiglobalizzazione, piuttosto cercavano di dare vita a una “globalizzazione dal basso”. Le imprese di proprietà pubblica diffondono una menzogna non detta: che il capitale abbia diritto di crescere e che tale diritto sia più importante dei diritti delle persone, delle comunità e delle culture. Tuttavia, le imprese altro non sono che una nostra emanazione: azionisti, fondi pensione, sovvenzioni e fiduciari esigono il massimo rendimento. I contestatori di Seattle sostenevano che il mondo non riuscirà a garantire sostenibilità ed equità se le politiche commerciali e aziendali continueranno a distruggere le economie locali. Il cambiamento delle economie mondiali ha fornito i mezzi per esprimere il disaccordo, ma il dibattito è reso impossibile dallo sbilanciamento dei poteri. La maggior parte delle economie e dei governi del mondo è controllata delle imprese, che sembrano stringere sempre di più la loro presa; al contempo, lo stesso mondo appare sempre più fuori controllo. Il fatto che il pianeta sia regolato delle multinazionali significa la perdita della diversità economica e culturale. Lo storico Arnold Toynbee ammoniva che la civilizzazione è un processo e non una condizione, e che la crescita dell’uniformità segna in maniera consistente il suo declino.


Molti racconti sulle dimostrazioni di Seattle parlano di “sommosse”, anche se il 99,9% dei dimostranti era non violento.
Una persona intraprende il cammino della resistenza non violenta quando non esiste una via di dialogo. Questa filosofia si chiama satyagraha. È una scelta deliberata e spesso l’ultima possibile, e chiunque abbia mai marciato verso poliziotti armati, cani ringhiosi o militari armati sa quanto sia terrificante affrontare queste minacce con le mani alzate. Essere colpiti da un altro essere umano senza opporre resistenza è in conflitto con l’istinto di sopravvivenza e attiva le ghiandole surrenali. Proteggersi senza rispondere, vedere chi ti colpisce come un amico, invece che come un nemico, è una sfida estremamente impegnativa. Questo tipo di risposta non è passivo, né debole. Gandhi affermò di essere riuscito ad apprezzare la non violenza solo dopo essersi liberato della viltà. A Seattle non ci fu una sommossa. Durante una sommossa, le persone rispondono combattendo. Nel pomeriggio e nel corso della nottata, il centro di Seattle si trasformò in uno scenario surreale. Marciatori improvvisati imitavano i suonatori militari di pifferi e tamburi della Rivoluzione americana utilizzando, come strumenti, barili da 20 litri vuoti. Alcuni dimostranti ballavano su cassonetti dell’immondizia incendiati dalle granate lacrimogene (le stesse impiegate a Waco, Texas, contro i Branch Davidian). Malgrado il loro numero diminuisse rapidamente, 1.500 dimostranti mantennero il loro posto, rimanendo seduti davanti alla polizia, le mani alzate in segno di pace, sopportando gas lacrimogeni, spray al pepe e sfollagenti. Non appena qualcuno si ritirava per essere medicato, un altro manifestante lo sostituiva. A un certo punto del pomeriggio, le corrispondenze dei giornalisti dal meeting del WTO cessarono, in quanto tutta l’attenzione dei mezzi d’informazione si concentrò su quello che stava avvenendo per strada.

Per le nove di sera, l’ordine della polizia di sgomberare il centro di Seattle era stato eseguito, ma alcuni poliziotti, forse reclute fresche provenienti da qualche città remota, non vollero fermarsi. Diedero la caccia ai dimostranti nelle aree vicine, dove era difficile distinguere i primi dai cittadini (la maggior parte dei manifestanti era infatti di Seattle) e iniziarono ad attaccare passanti, residenti e pendolari. Spararono lacrimogeni contro gli autobus. Tirarono fuori dalla sua auto un membro del Consiglio municipale di Seattle e cercarono di arrestarlo. Quando, all’una e trenta della notte di mercoledì, il presidente Bill Clinton si diresse a tutta velocità dall’aeroporto all’Hotel Westin, il corteo di auto attraversò una città le cui finestre erano state coperte con assi di legno, mentre le strade erano presidiate dalla polizia e sorvolate dagli elicotteri. Michael Meacher, ministro dell’ambiente del Regno Unito, in seguito affermò: “Ciò che non avevamo previsto era il dipartimento di polizia di Seattle, che da solo riuscì a trasformare una protesta pacifica in una sommossa”.


Il giorno prima degli incontri dei ministri, Madeleine Bunting pubblicò un servizio sul Guardian Weekly: “Dal meeting WTO a Seattle questa settimana aspettatevi racconti di anarchici dai capelli colorati, con piercing e tatuaggi. Sentiremo parlare dell’ala ribelle dell’ambientalismo e dell’anarchia, infiltrata tra i 150.000 dimostranti, contro cui si stanno preparando la polizia di Seattle e l’FBI … Un modo colorito per raccontare un summit commerciale noioso e difficile, ma anche una grossolana distorsione di un evento cruciale. I dimostranti di Seattle non possono essere liquidati come svitati; sarebbe poi difficile definire come estremisti WWF, Oxfam, Royal Society for the Protection of Birds o molti degli altri 1.200 gruppi di ambientalisti, di sviluppo e dei diritti umani, che hanno firmato una petizione al WTO prima di questo meeting. Ciò che risulta davvero deprimente è che questa distorsione è al servizio di un solo interesse. Questa settimana, l’astuto amministratore delegato di una multinazionale dovrà sopportare un po’ di gas lacrimogeno prima del suo pranzo a base di aragosta. Sarà per lui l’opportunità perfetta per liquidare come fanatici tutti coloro che lo criticano …”.8

La premonizione di Madeleine Bunting si rivelò esatta: l’azione inaspettata riscosse vasta eco in tutto il mondo e fu descritta come una minaccia per lo stesso stato/nazione. Una schiera di giornalisti stupiti si mise al lavoro, espresse indignazione e puntò il dito contro gli arroganti e viziati ragazzini bianchi. Thomas Friedman, nel suo articolo del 1° dicembre, scrisse che i dimostranti erano “un’arca di Noè di sostenitori della teoria della Terra piatta, sindacati protezionisti e yuppy che cercano il loro evento in stile anni Sessanta”. In realtà, i dimostranti erano sì anarchici, ma organizzati, educati e determinati. La maggior parte di loro erano attivisti dei diritti umani, del lavoro, suore, rappresentanti delle popolazioni indigene, credenti, operai siderurgici e agricoltori. Erano attivisti per le foreste, ambientalisti, operatori per la giustizia sociale, studenti e insegnanti. Erano cittadini.

[omissis]

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June 14, 2009 - 1:20 PM Nessun Commento

2.2 – Diritti umani, sovrapopolazione ed ambiente. Merci e persone. Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 2 "Benedetta irrequietezza"; pag 43 (3 righe), 44, 45, 46 (7 righe)]

Insieme alle gravi violazioni dei diritti dell’uomo, infinite altre umiliazioni affliggono miliardi di persone: carenze d’acqua causate dagli usi agricoli, furto di risorse locali da parte di governi e multinazionali, incursioni di società minerarie che inquinano, corruzione e golpe, mancanza di assistenza sanitaria e accesso all’istruzione, grandi dighe che hanno costretto milioni di poveri a emigrare, perdita di terreni, politiche commerciali che mandano in bancarotta i piccoli agricoltori e tanto altro ancora. Le persone desiderano ovunque le stesse cose: sicurezza, la possibilità di sostenere le loro famiglie, accesso all’istruzione, un’alimentazione nutriente e a costi contenuti, acqua potabile, misure sanitarie e accesso all’assistenza sanitaria. In più di 190 nazioni al mondo, questi non sono diritti legali, ma diritti naturali.

Il movimento per la giustizia e la sostenibilità ambientale è nato quando le condizioni globali hanno iniziato a cambiare drammaticamente, diventando sempre più dure. Siamo la prima generazione sulla Terra che, nel corso della sua vita, ha assistito a un raddoppio della popolazione. I bambini nati nelle trenta ore successive alla lettura di questa frase prenderanno il posto delle 250.000 persone morte nel tragico tsunami del 26 dicembre 2004. Entro 50 anni, all’attuale popolazione mondiale di 6,6 miliardi si aggiungeranno circa 3 miliardi di persone, mentre il mondo non ha ancora capito come fare per prendersi cura di quelle già in vita. Entro la metà di questo secolo, le risorse disponibili pro capite si dimezzeranno, a dir poco. Dal XVIII secolo ad oggi, sono stati ideati molti procedimenti e metodi che consentono di risparmiare forza lavoro e, anche se la produttività umana è aumentata enormemente, centinaia di milioni di potenziali lavoratori e contribuenti della società si sentono sorpassati e inutili. Ogni settimana 1,4 milioni di persone si riversano negli slum di tutto il mondo per andare ad alimentare una massa sempre crescente di abusivi. 6

L’arida e sterile statistica, secondo cui 3 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno, si sente così spesso che non ci si aspetta più una risposta, ma rimane comunque vera, pressante e sconvolgente.

A quelli che vedono nella crescita delle relazioni commerciali e dell’economia globale un modo per uscire da queste carenze schiaccianti, bisognerebbe far presente che, negli ultimi venticinque anni, questa crescita è stata favorita in ogni maniera, ma la situazione è peggiorata notevolmente.

Scrive Arundhati Roy:

È come se le persone (…) fossero state riunite e caricate su due convogli di camion (uno enorme e l’altro piccolissimo) diretti in direzioni opposte. Il convoglio più piccolo è diretto verso una bellissima destinazione situata in cima al mondo. L’altro sparisce nell’oscurità. 7

Il sistema del capitalismo industriale è occupato a dividere il pianeta in due e le sue priorità non hanno nulla a che vedere con la giustizia o l’ambiente. La maggior parte dei bambini al mondo è povera, e la maggior parte dei poveri sono bambini.8 Più di un miliardo di persone vuole un posto di lavoro e non riesce a ottenerlo; fra quelli che ce l’hanno, 2 miliardi non ricevono il salario minimo. Altri 2 miliardi di persone andranno a ingrossare le fila della forza lavoro nei prossimi vent’anni. Negli Stati Uniti, i posti di lavoro occupati dai giovani sono ai più bassi livelli dal 1948. Nel 2005, solo due terzi dei lavoratori statunitensi fra i 20 e i 24 anni aveva un lavoro.9

Solo una specie sulla Terra è afflitta dalla disoccupazione: quella dell’Homo sapiens. Quando sentì parlare della disoccupazione cronica nel mondo, uno scolaro di terza elementare chiese: “Hanno già fatto tutto il lavoro che c’era da fare?”.

Se esiste una critica comune al capitalismo globale, condivisa da tutti i partecipanti al movimento, è questa: le merci sembrano essere diventate più importanti delle persone e vengono trattate meglio. Cosa succederebbe se tali priorità venissero invertite? Questo libro analizza un movimento che porta avanti tecnologie sociali innovative e a volte brillanti che vorrebbero favorire tale rovesciamento ricollocando le persone al centro del mondo e dell’esistenza. È fatto di progetti e azioni, immaginazione e organizzazione. Implica anche una coraggiosa difesa dei diritti umani. Promuove l’innovazione incentrata sulla vita quotidiana: l’esigenza e il piacere di imparare, di prendersi cura degli altri, di preparare il cibo, di crescere i bambini, di viaggiare e di svolgere un lavoro soddisfacente. Queste peculiarità umane sono minacciate da potenze globali che non prendono in considerazione i desideri più profondi delle persone.


Quando parlo del movimento con accademici o amici che lavorano nei mezzi d’informazione, la prima domanda che mi sento rivolgere è sempre la stessa: se è così grande, perché non ha maggiore visibilità? Ovvero:perché non ha più visibilità su giornali e notiziari, soprattutto televisivi?

Il movimento, anche se persegue fini globali, generalmente rimane invisibile fino a quando non si riunisce per prendere parte a qualche dimostrazione a Londra, Praga, New York, o durante gli incontri annuali del World Social Forum; dopodiché, sembra nuovamente scomparire, rinforzando la percezione che sia solo un fuoco fatuo.

Questo movimento non rientra esattamente in nessuna delle categorie della società moderna, e ciò che non si può vedere non ha un nome. Negli affari, ciò che non può essere misurato non può essere gestito; nei mezzi d’informazione, ciò che non si vede non fa notizia.

[omissis]

Ciò che già conosciamo fa da supporto a ciò che vediamo e ciò che vediamo fa da supporto a ciò che comprendiamo. La Rivoluzione industriale è rimasta senza nome per più di un secolo, in parte perché la sua evoluzione non rientrava nelle categorie tradizionali, ma anche perché nessuno riusciva a definire cosa stesse accadendo, sebbene fosse evidente a tutti.

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June 8, 2009 - 3:12 PM Nessun Commento

1.2 Riconsiderare… Nessun Commento

[Estratto dal capitolo 1 "Gli inizi"; pag 33 - 22 righe; pag 34 intera; pag 35 - 9 righe]

L’ispirazione non proviene dalle litanie sui danni già fatti; piuttosto, si trova nella disponibilità umana a ricostruire, riparare, ricomporre, ripristinare, recuperare, reinventare e riconsiderare. “Considerare” (con sidere) significa “con le stelle”; riconsiderare significa riunirsi al movimento e ai cicli del cielo e della vita. Qui l’enfasi è posta sulle intenzioni degli esseri umani, dato che gli esseri umani sono fragili e imperfetti. Le persone non sempre sanno leggere e scrivere o sono istruite. Molti individui nel mondo sono poveri e soffrono di malattie croniche. Non sempre i poveri riescono a procurarsi il cibo giusto per un’alimentazione corretta e devono lottare per nutrire ed educare i loro figli. Se persone con tali carichi riescono ad andare oltre le loro difficoltà quotidiane e agire con il chiaro scopo di combattere lo sfruttamento e operare per la ricostruzione, allora si sta preparando qualcosa di veramente potente. Non si tratta solo di poveri, ma di persone di tutte le razze, di tutte le classi sociali e di tutti i luoghi del mondo. “Un giorno finalmente hai capito quel che dovevi fare e hai cominciato, anche se le voci intorno a te continuavano a gridare i loro cattivi consigli”.2 Questa è la descrizione che Mary Oliver fa del passaggio da un’atteggiamento profano a un profondo senso di connessione con il mondo vivente.

Anche se generalmente i telegiornali annunciano la morte di persone a noi estranee, milioni di uomini e donne continuano ad agire proprio in nome di quegli estranei. Questo altruismo ha origini religiose, persino mitiche, e affonda le sue radici nell’estrema concretezza del XVIII secolo. Gli abolizionisti furono il primo gruppo a creare un movimento nazionale e globale per difendere i diritti di persone che non conoscevano. Fino a quel momento, nessun gruppo di cittadini aveva avanzato reclami che non avessero a che fare con i loro stessi interessi.3 I conservatori misero in ridicolo gli abolizionisti, allo stesso modo in cui oggi deridono liberali, progressisti, attivisti e tutti quelli che vogliono risolvere i problemi del mondo, rendendo questi termini dispregiativi. Curare le ferite del mondo e dei suoi abitanti non richiede santità o un partito politico, ma solo buon senso e perseveranza. Non si tratta di un’attività liberale o conservatrice, si tratta di un atto sacro. È un’impresa enorme che cittadini comuni, e non governi autonominati od oligarchie, stanno portando avanti in tutto il mondo.

Moltitudine inarrestabile è un’esplorazione di questo mondo, dei suoi appartenenti, dei suoi scopi e dei suoi ideali. Ne ho fatto parte per decenni e, di conseguenza, non posso affermare di essere come un giornalista distaccato che esamina obiettivamente il suo soggetto. Spero che le pagine che seguono possano essere considerate l’espressione di un ascolto attento.

Il sottotitolo del libro, Come è nato il più grande movimento del mondo e perché nessuno se ne è accorto, è una domanda per cui non esiste una sola risposta. Come quello di chiunque altro, il mio punto di vista si basa su convinzioni accumulate nel tempo e su giudizi arricchiti da una rete di amici e colleghi. In ogni caso, ho scritto questo libro soprattutto per scoprire quello che ancora non so. Parte di ciò che ho appreso riguarda una storia antica che sta riemergendo, ciò che il poeta Gary Snyder chiamava “la grande clandestinità”, una corrente di umanità che risale al Paleolitico, e che affonda le sue radici in guaritori, sacerdotesse, filosofi, monaci, rabbini, poeti e artisti “che parlano a nome del pianeta, delle altre specie, dell’interdipendenza; un flusso vitale che scorre sotto, attraverso e intorno agli imperi”.4

Nello stesso tempo, ho imparato molte cose nuove. I gruppi sono interconnessi, non esiste un parola che descriva esattamente la complessità di questa rete di relazioni.5 Internet e gli altri strumenti di comunicazione hanno rivoluzionato le possibilità, per i piccoli gruppi, di raggiungere dei traguardi e di conseguenza stanno cambiando i luoghi del potere. Sono sempre esistite reti di persone potenti, ma, fino a poco tempo fa, non è mai stato possibile mettere in collegamento il mondo intero.

Moltitudine inarrestabile descrive cosa differenzia questo movimento dai precedenti movimenti sociali, in particolare per quanto riguarda l’ideologia. Le organizzazioni all’interno del movimento sono nate una alla volta, generalmente senza una visione predeterminata del mondo, e si sono date i loro obiettivi prescindendo da qualunque ortodossia. Secondo alcuni storici e analisti, i movimenti esistono solo quando possiedono un nucleo di credenze ideologiche o religiose. Inoltre, non esistono nel vuoto totale: un forte leader caratterizza qualsiasi movimento e spesso ne costituisce il fulcro intellettuale, anche dopo che è morto. Il movimento che descrivo in questo libro, come ho già detto, non si riconosce in nessun leader e, di conseguenza, rappresenta un fenomeno sociale del tutto diverso.

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June 8, 2009 - 1:18 AM Nessun Commento